PORTOGALLO: GIORNO 4

Il quarto giorno è cominciato con il sorgere del sole. Ci siamo alzati e dopo una veloce colazione abbiamo seguito un programma ricco e serratissimo che ci eravamo dettagliatamente preparati.
No, va beh, certo che scherzo. La mattina è passata non so neanche come, poi a pranzo i nostri amici portoghesi per finta, dopo aver rubato una macchina per noi (ovvio che scherzo anche qui, ovvio vero?) ci sono venuti a prendere. Una strada a tornanti in una vegetazione fitta e lussureggiante, che davvero non mi aspettavo. E via a spingerci verso ovest, fino a superare il punto più estremo della nostra vecchia Europa. E detto così fa molta impressione, ma siamo sinceri, se non me lo avessero detto non me ne sarei accorta.
La strada ha cominciato a scendere ed ecco un parcheggio, una costruzione bassa e bianca e una spiaggia spazzata dal vento, con un arco di pietra a contare le onde.
La costruzione piccola e bianca è un fantastico ristorante (Restaurante d’Agrada, visto che un indirizzo ve l’ho dato?) dove prima di servirti qualunque pesce o crostaceo ve lo presentano prima.
L’ultima volta che mi hanno presentato un’ aragosta prima di cucinarmela è stato tredici anni fa. Allora sono scoppiata a piangere sotto gli occhi sconcertati del cameriere. Questa volta sono stata molto brava, forse perché presa a rincorrere i miei piccoli granchietti. I quali dal canto loro non hanno fatto una piega e hanno martellato, rotto, scavato e succhiato come non ci fosse un domani.

Alzarsi da quel tavolo è stata dura, soprattutto dopo una gigantesca pavlova alle fragole, ma ne è valsa la pena, oh se ne è valsa la pena. Abbiamo ripreso la macchina, conducendola nuovamente verso Cascais, ma prima di arrivarci abbiamo di nuovo curvato giù verso l’oceano dove ad aspettarci c’era quella che posso annoverare nel conto delle spiagge con la esse maiuscola. Un giorno non mi trovaste cercatemi lì.

Enorme, soffice, bellissima. C’erano più vele in mare che persone sulla sabbia. Un silenzio assoluto, non fosse per il canto delle onde del mare, le grida dei ragazzi ( i nostri ) con la palla e gli schiamazzi di quelli tra le spume (sempre nostri).

Niente, un pomeriggio perfetto, sono pure riuscita a leggere un libro e anche quello era tipo tredici anni che non lo facevo.

Il tempo di tornare a casa lo abbiamo raggiunto a malincuore.
Il giorno quattro si è spento in un ristorante sudafricano, perché era quello più vicino a casa. Poi la Patafamiglia, con l’aggiunta di un figlio (non suo) in più, si è messa sotto le coperte e tutti, prima o poi si sono addormentati.

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