I CONTRATTEMPI DELLA PIRATERIA (come sopravvivere a due braccia ingessate)

Il mare era calmo da un po’ di tempo, il vento aveva smesso di arruffare del onde e stracciare le nuvole. Le spiagge erano tornate brulicanti di colori e il galeone  riposava sul verde blu delle tiepide acque del mar ligure.

La Nipote del Capitano aveva la pelle ormai dorata dal sole, leggermente salata, e i capelli sempre arruffati. L’Ammiraglio era sceso a terra per fare cambusa, il Corsaro era a contare i pokemon nella stiva, il Mozzo cercava la Nipote del Capitano lungo tutto il ponte lanciando alte grida, la Baronessa pigramente leggeva.

La Nipote del Capitano si allungò a prua, afferrando la cima che, correndo alta sopra la polena, andava a stringersi saldamente a uno degli imponenti pini della baia in cui il galeone era in rada.

Ma la presa delle sue mani non fu sufficiente, o lo slancio che di diede fu eccessivo, o forse fu solo il destino. E fu così che cadde, e come in tutte le cadute quello che che contò, quello che fece la differenza, fu l’atterraggio. E la parte del corpo che ne fu coinvolta. Impattarono prima le mani, che non riuscirono a fermare il volo e così, inevitabilmente anche la bocca andò a colpire gli scogli.

La Nipote del Capitano si rialzò senza un suono, il sangue rosso che le colava dalle labbra, i chiari occhi sgranati e il passo incerto.

La Baronessa sorrise debolmente per dissimulare una tensione crescente, sciacquò la bocca alla fanciulla e andò veloce a prendere un ghiacciolo mentre il Mozzo rideva forte per non piangere di paura. Tutto intorno era silenzio, lontano fischiava un treno.

La Nipote del Capitano continuava a non versare lacrime però non riuscì a tenere in mano il ghiacciolo….con nessuna delle due mani….

 

…..Questo è quello che accadde (più o meno)  a Patasgnaffa il primo di Agosto a tre ore esatte dal nostro arrivo al mare. Non il primo mare dell’estate per fortuna. In poche parole è volata giù da un galeone al parco giochi e si è rotta ulna e radio di entrambe le braccia.

Dopo quattro ore di ospedale è uscita solo con due bende perché non c’era ortopedia, la notte stessa a Patagnoma è salita una febbre a 40 e Patapà doveva tornare al lavoro. Quindi siamo tornati tutti a casa. Patasgnaffa è stata finalmente ingessata, Patagnoma è stata affidata a Nonnami ed è prontamente guarita, e in pochi giorni siamo stati in grado di tornare al mare.img_4275Patasgnaffa, a parte i primi giorni, in cui poverina stava proprio maluccio, si è rapidamente abituata ai suoi due gessi, guadagnandosi in breve il soprannome di SailorMoon.

 

Faceva praticamente tutto da sola, le lasciavo fare praticamente tutto, con il solo vago terrore che cadesse perché davvero non poteva permetterselo (in verità è volata giù dalle scale…hem….).

Ho tagliato una vecchia maglietta per farle dei coprigesso in modo che non si sporcassero eccessivamente visto che doveva tenerli per tutto il mese. Li metteva soprattutto in spiaggia e quando mangiava (con le mani!). img_4319Ovviamente il gesso sotto era tutto firmato e disegnato con gli uniposca, perché altrimenti che gusto c’è a rompersi le cose…anche se sui gessi moderni in vetroresina si disegna peggio. Certo, sono decisamente più leggeri, per fortuna.img_4282img_4368Quello che ci ha decisamente salvato la vita sono stati i “preservativi” da gesso (li ho presi su Amazon) . Dei guantoni fatti dello stesso materiale delle cuffie da infilare sulle braccia (stringono un sacco, ma altrimenti passerebbe l’acqua!). Ce ne sono di diverse misure, a seconda delle taglie del bambino (o dell’adulto) ma anche a seconda del tipo di gesso. Ce ne sono per le braccia ma anche per le gambe e sono davvero a prova di immersione…fidatevi li ho testati per un mese! (uno dei due gli ultimi giorni teneva un po’ meno, ma davvero gli abbiamo strausati). Spero nessuno ne abbia mai bisogno, ma anche solo per fare la doccia sono comodissimi.img_4300img_4720Alla fine ha passato un mese assolutamente normale, sforzandosi un po’ di farlo, ma è stato anche  un buon esercizio all’ottimismo, una sorta di Pollyannaroules, e dopo quest’anno è stato utile, anche se forse avremmo potuto farlo in maniera meno traumatica.img_4796E’ stata bravissima anche quando li ha tolti, anche perché quel simpaticone di suol fratello l’aveva terrorizzata dicendo che le avrebbero fatto malissimo, lui in fondo è l‘esperto di famiglia, ma a parte il terrore a stento dissimulato prima, nel giro di poche ore ha ritrovato la completa mobilità.img_4873

Che dire, riesce sempre sorprendermi (e a esasperarmi perché se non mi lamentassi un po’ a fine estate non sarebbe mica normale).

CASA DOLCE PATACASA, COME CAMBIARE LA CASA DELLE VACANZE IN POCHE, POCHISSIME MOSSE

Estate vagabonda vuol dire cambiare anche un sacco di case, alcune le trovi già perfette per puro caso, così perfette che vorresti portarti via almeno un mobile, che per fortuna, o purtroppo è troppo grande. Alcune sono bellissime e intoccabili, alcune sono le patacase versione summer edition e su quella già si sono sprecati post (#bovgo) .

Altre sono temporanee, vecchiotte e non proprio bellissime, ma proprio per questo meravigliose, perchè personalizzarle con poca spesa e con soluzioni provvisorie tiene impegnati i primi dopopranzi accaldati mentre Patasgnaffa fa i compiti…e si sta parlando di tanti compiti e temperature molto elevate.

prima

Il kit per rendere più patacasa una casa delle vacanze, non potendo intervenire con latte di vernice (ahimè poiché verrebbe con nulla un gioiellino) è veramente minimo : carta colorata ( Tiger ), washitape, bandierine di plastica, lanternine di carta. Il tutto credo sia costato meno di dieci euro.

materiali

Ho portato biancheria colorata, anche i cuscini dei letti che lasciati sopra i copriletti hanno subito cambiato il tono della stanza.

girlboy

lanterna

cuscini colorati

Gli asciugamani colorati in bagno lo hanno illuminato, anche se in effetti l’effetto caos avrebbe potuto essere dietro l’angolo.

asciugamani

Il quadro dietro il letto matrimoniale non mi piaceva molto, l’ho tolto e l’ho sostituito con delle bandierine anche se non mi piacciono molto di solito (muahahahaha).

lettomatrimoniale

Le perline della cucina che bianche o azzurre sarebbero bellissime si sono dovute accontentare di essere ingentilite con la carta Tiger che ha continuato il suo decoro nella vetrinetta a muro davvero molto carina già di suo (certo color menta….)

ghirlandedicarta

elasticopercapelli

La credenza in formica si è beccata i washitape e qualche animaletto di carta ritagliato e fissato con il santissimo subito patafix.

dispensa

Stesso trattamento per le piastrelle della cucina.

lavandino

L’ingombro in valigia di questo set è minimo, l’impatto sul portafoglio praticamente nullo, il tempo impiegato irrisorio, ma la casa è diventata improvvisamente “patacasa”.

benvenuti

VECCHIA SIGNORA MODE ON

È da un po’ di anni che indosso costumi interi, vorrei dire perché ho sposato totalmente la moda degli anni cinquanta ma credo che il terzo figlio abbia avuto un peso maggiore su questo tipo di scelta.

Poi prediligo quelli da vecchia signora, e in questo l’influenza anni cinquanta ci picchia duro senz’altro.

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Trovarli così, che siano da vecchia signora, ma da vecchia signora di una volta non è semplicissimo. Ne ho raccattati un paio in mercatini dell’usato (nuovi per fortuna),o li compro da Boden (ma più di due dello stesso modello forse è da ricovero…o forse no?).

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E così mi arrangio, me li compro il più neutri possibili, e me li aggiusto: un po’ meni sgambati, un pochino più stretti sotto il seno, un pochino più decorati e soprattutto un pochino più rigati!

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Per l'”aggiustamento” di questo costume ringrazio il cestino degli scarti del RATTO VOLANTE , che è anche l’artefice di questo vestito con i fenicotteri rosa… al mio tre innamoratevi.

rattovolante

Al mio quattro passate delle fantastiche vacanze!

buone vacanze

DODICI ANNI

Ieri era il tuo compleanno, il cielo prometteva tempeste, ma ogni tanto qualche raggio di sole vinceva il grigio. Alla fine un vento impertinente ha spazzato le nuvole, striando il cielo di rosa e buoni propositi.

La nostra vita con te è diventata molto simile, ogni giorno non sappiamo se ad attenderci ci sarà il sole, una fitta nebbia o una tempesta. Nello stesso giorno ci ripariamo sotto un ombrello, ogni tanto stretti insieme, ogni tanto io sotto una tettoia e tu a prenderti le gocce con il cappuccio tirato in testa e con uno sguardo che non ha capito se essere torvo o lanciare una sfida. Ma poi all’improvviso esce il sole, caldo, caldissimo, e non si può far altro che ridere. E infine viene il tramonto e poi l’ora calma delle stelle, e ancora c’è tempo per tenerti tra le braccia.

Dobbiamo imparare ad amare questo tempo pazzerello come amiamo te, con un amore che cresce ogni giorno, e te lo dico, anche se alzi le spalle e ti schernisci. Perché il meteo sarà sempre più imprevedibile, hai dodici anni amore mio.

PORTOGALLO: GIORNO SETTE E OTTO

Eccomi qui, con il finale del nostro viaggio in Portogallo, a praticamente due settimane di distanza. Ma in fondo questa reiterazione è stata un modo per prolungare il viaggio, anche se ora vi chiedo uno sforzo di memoria.
Dunque, se ben ricordate, mentre noi eravamo stesi in spiaggia accarezzati dal fresco vento dell’oceano, gran parte di voi, sullo stivale, boccheggiavate attanagliata da una caldazza improvvisa.
Noi eravamo fuggiti, ma la caldazza è stalker inside e quindi ha fatto di tutto per raggiungerci, gettando in uno sconfortato stupore i portoghesi che alla caldazza caldazza pare non ci siano abituati.
Ma noi siamo più furbi di una qualunque situazione metereologica, e se il primo giorno ci eravamo chiusi in un acquario, il secondo, e pare il peggiore, ce ne siamo andati a Sintra, dove ci era stato detto vigesse un particolare fresco microclima.
Mai dichiarazione fu sì vera. Appena scesi dall’autobus che aveva fatto un giro assurdo per portarci a 16 km di distanza in soli 40 minuti, spegnendo a un certo punto il climatizzatore, credevamo che qualcuno avesse acceso l’aria condizionata. Fuori. Sotto un cielo blu carta da zucchero, che era così bello che dello zucchero aveva persino l’odore.

La prima cosa che abbiamo visto sono state case color pastello e un fruttivendolo in cui se non fosse un filo lontano andrei a farci la spesa tutti giorni. Anche perché vende delle albicocche che, signore mie, se sono buone. Così buone che sanno di succo di frutta.

Poi ci siamo spostati e passo dopo passo siamo entrati nel paese delle fiabe. Una lunga e morbida strada che sale, tra parchi verdi e lussureggianti, in cui placide riposano ville che definire maestose toglierebbe loro parte della magia che le pervade. Nulla di brutto, nulla di fuori posto. Le fate si nascondevano, ma neanche tanto bene, tra le verdi foglie.
Il paese in cima è probabilmente troppo turistico, ma per una volta ho fatto finta di niente.
Abbiamo passeggiato, magiato, passeggiato, mangiato un gelato, passeggiato, addirittura fatto shopping, e come al solito non abbiamo visitato nulla.

Ma ci siamo innamorati, e questo forse basta.

Il rientro è stato un tantino più drammatico. Ci siamo fatti fregare l’autobus da una frotta di gitanti, e abbiamo aspettato davanti alla stazione quello successivo per più di un’ora. La noia si è dileguata nel constatare che tutti e tre i bambini hanno saputo riempire i minuti, aspettando con un sorriso.
L’autobus che ci ha riportato a casa seguiva un percorso ancor più contorto di quello dell’andata. Scendeva giù dalla collina, immergendoci nella fitta nebbia che per contratto deve proteggere il cammino che porta a un paese delle fiabe, allungandosi per i paesini della costa e spingendosi là dove l’Europa si allunga con più slancio verso l’altro continente. Qui la maledetta frotta di gitanti che già ci aveva fregato in precedenza, ha reso abbastanza invivibili gli ultimi interminabili chilometri, mentre i bambini, sempre più verdi, cadevano a turno addormentati. La situazione a un certo punto era così insostenibile che Patapà ha deciso di scendere e di fare l’ultimo tratto a piedi. Borse, bambine grandi addormentate sul passeggino, bambine piccole addormentate in braccio alla mamma, ragazzi pallidi come cenci….la carovana della speranza!
Per fortuna la sera ci aspettava una cena persiana dagli amici portoghesi per finta che era veramente troppi anni che aspettavamo. Una sera piacevolmente calda, un po’ agrodolce perché l’ultima. Credo sia quella che chiamano saudade.

Il giorno dopo abbiamo fatto, che ovviamente vuol dire hanno fatto, l’ultimo bagno, e poi via per l’aereoporto, dove ci siamo stati un filino troppo, a parer mio. La vacanza si è conclusa con un ritardo di più tre ore di un volo che già doveva partire alle nove di sera. Anche qui i bambini si sono rivelati campioni di attesa, e la cosa si è risolta senza morti né feriti. Per onor di cronaca vi informo anche che è stata identificata la responsabile del ritardo. Media altezza, bionda, giovane e carina. Affiancata da un giovane alto, probabilmente molto innamorato. Anche troppo. Al punto da averle regalato un bouquet che lei ha stretto per tutta l’attesa. Dovete sapere che giorno mia nonna mi disse che i fiori in aereo portano sfortuna. Poi venne un altro giorno, che invero furono tre, in cui aspettai un aereo in un piccolissimo aeroporto per un tempo interminabile. Insieme a me una comitiva diretta a un matrimonio, un tot di persone e un enorme mazzo di fiori. Non volo tanto, lo sapete, ne ho un terrore folle, ma a questo punto mi sento di dirvi che se vedete qualcuno con un mazzo di fiori aspettare a fianco a voi, secondo me, siete autorizzati a buttarglieli nella pattumiere. E magari dargli fuoco.
Alle tre siamo finalmente atterrati e al canto del primo uccello del mattino ci siamo addormentati

PORTOGALLO: GIORNO 4

Il quarto giorno è cominciato con il sorgere del sole. Ci siamo alzati e dopo una veloce colazione abbiamo seguito un programma ricco e serratissimo che ci eravamo dettagliatamente preparati.
No, va beh, certo che scherzo. La mattina è passata non so neanche come, poi a pranzo i nostri amici portoghesi per finta, dopo aver rubato una macchina per noi (ovvio che scherzo anche qui, ovvio vero?) ci sono venuti a prendere. Una strada a tornanti in una vegetazione fitta e lussureggiante, che davvero non mi aspettavo. E via a spingerci verso ovest, fino a superare il punto più estremo della nostra vecchia Europa. E detto così fa molta impressione, ma siamo sinceri, se non me lo avessero detto non me ne sarei accorta.
La strada ha cominciato a scendere ed ecco un parcheggio, una costruzione bassa e bianca e una spiaggia spazzata dal vento, con un arco di pietra a contare le onde.
La costruzione piccola e bianca è un fantastico ristorante (Restaurante d’Agrada, visto che un indirizzo ve l’ho dato?) dove prima di servirti qualunque pesce o crostaceo ve lo presentano prima.
L’ultima volta che mi hanno presentato un’ aragosta prima di cucinarmela è stato tredici anni fa. Allora sono scoppiata a piangere sotto gli occhi sconcertati del cameriere. Questa volta sono stata molto brava, forse perché presa a rincorrere i miei piccoli granchietti. I quali dal canto loro non hanno fatto una piega e hanno martellato, rotto, scavato e succhiato come non ci fosse un domani.

Alzarsi da quel tavolo è stata dura, soprattutto dopo una gigantesca pavlova alle fragole, ma ne è valsa la pena, oh se ne è valsa la pena. Abbiamo ripreso la macchina, conducendola nuovamente verso Cascais, ma prima di arrivarci abbiamo di nuovo curvato giù verso l’oceano dove ad aspettarci c’era quella che posso annoverare nel conto delle spiagge con la esse maiuscola. Un giorno non mi trovaste cercatemi lì.

Enorme, soffice, bellissima. C’erano più vele in mare che persone sulla sabbia. Un silenzio assoluto, non fosse per il canto delle onde del mare, le grida dei ragazzi ( i nostri ) con la palla e gli schiamazzi di quelli tra le spume (sempre nostri).

Niente, un pomeriggio perfetto, sono pure riuscita a leggere un libro e anche quello era tipo tredici anni che non lo facevo.

Il tempo di tornare a casa lo abbiamo raggiunto a malincuore.
Il giorno quattro si è spento in un ristorante sudafricano, perché era quello più vicino a casa. Poi la Patafamiglia, con l’aggiunta di un figlio (non suo) in più, si è messa sotto le coperte e tutti, prima o poi si sono addormentati.

PORTOGALLO: GIORNO TRE

Con la nostra ormai ammessa flemma il terzo giorno abbiamo finalmente deciso di recarci là dove avevamo sempre detto saremmo andati. “Dove andate quest’estate?” ” a Lisbona”. Siamo gente di parola. Per andarci da Cascais basta prendere un treno. Nuovo, pulito, efficiente. Uno ogni venti minuti. E per fortuna, perché sono pure puntuali. Vorrei raccontarvi dettagliatamente lo sconcerto e l’incredulità di Patapà quando fermo sul binario alle e 45 di un’ imprecisata ora intorno al mezzo del giorno, non riusciva a scorgere più il treno che doveva partire alle e 44. E che infatti era partito. Puntuale, quindi noi lo avevamo perso.
Comunque a Lisbona ci siamo arrivati, anche se venti minuti più tardi del previsto.
E subito l’aria, il fiume, le strade che si facevano sempre più strette, sempre più irte e sempre più affollate di turisti.

Su fino ad Alfama. I Portoghesi sono così ospitali che l’avevano tutta addobbata, sicuramente sapendo del mio compleanno imminente (no, sant’Antonio non c’entra niente, e poi non veniva da Padova?). E poi giù di nuovo, con scorci che si aprono all’improvviso, sul blu del fiume, l’azzurro del cielo, il luccichio verticale degli azulejos.

Ci siamo fermati, i piedi di Patasgurzo scottati dal sole del giorno precedente chiedevano una pausa.
Patagnoma decide che invece lei, che è stata scorazzata sul passeggino, vuole ballare. Pochi passi soltanto e come uscito da un’ intonaco scrostato arriva lui. Completo bianco, sorriso smagliante e berretto che sapeva di giornate fresche di sorbetto. Le piccole fanciulle di casa hanno così imparato a ballare il cha cha cha.

Gli occhi di Patagnoma, nuovamente seduta, vengono ripetutamente stropicciati, è giunta l’ora di riguadagnare la stazione e tornare a casa.

La sera, fresca e luminosa, rotoliamo giù di nuovo per le strade di Cascais fino a ritrovarci a mangiare in spiaggia. Il cielo si tinge di rosa, e il giorno tre si adagia sull’orizzonte.

PORTOGALLO: GIORNO DUE

Anche il sole sorge in Portogallo, un’ora prima o un’ora dopo, adesso non riesco a fare il conto, ho appena finito una birretta fresca fresca. Comunque il giorno due il sole è sorto, ma io di certo non l’ho visto. Perché non dovete pensare che questa mia pedissiquea divisione temporale del nostro viaggio in Portogallo celi un’ accurata guida che voi potrete in un futuro sfruttare proficuamente. Noi siamo andati in Portogallo, sfidando la sorte in maniera assurda salendo su un aereo, ma siamo anche andati in vacanza. E io in vacanza da sempre dormo. Da piccola perché ero piccola,  da ragazza perché ero una ragazza, quando ero incinta perché ero incinta, quando i bambini erano piccolissimi, e di piccolissimi ce ne sono stati tre a rotazione, perchè di notte non dormivo una cippa, e ora perché prendo delle pilloline per l’emicrania. Domani non lo so perché dormirò, ma appena mi invento una scusa plausibile ve lo dico di sicuro.
Resta il fatto che la mattina se è vacanza, e non importa se è in Portogallo, la patafamiglia si muove con una lentezza assurda, quindi quando i nostri dieci piedi hanno calcato le bellissime strade di Cascais era ormai ora di pranzo. E definire le strade di Cascais bellissime non è licenza poetica è vera verità. Non hanno marciapiedi normali lì, né lì né a Lisbona. Le strade sono bianche e nere, con sampietrini così lucidi che sembra abbia appena piovuto, che giocano tra loro creando disegni sempre nuovi. Devo aggiungere che ho ringraziato ogni giorno che non avesse appena piovuto davvero, perché con le salite e le discese che ci sono io mi vedevo già rotolare con le gambe all’aria, un’immagine netta e ben definita.
Insomma una vera fatica perché devi continuamente camminare guardando per terra perché è bello, guardare per aria perché il cielo è di un blu assurdo, e ogni tanto guardare i bambini perché non si sa mai. Però ne vale la pena e se cammini  cammini a un certo punto arrivi all’oceano. Quel mare grande grande con spiagge grandi grandi davanti. Con un vento che ti arruffa i capelli, fa volare la sabbia e volare anche via le ore, tanto che alla fine della giornata abbiamo portato a casa sorrisi smaglianti e una bella scottatura. Eh sì, da questa accurata guida sul Portogallo imparerete almeno che la protezione solare la dovete mettere anche se non sentite caldo. Un errore da veri pivellini, in cui siamo incorsi anche dopo aver visto gli amici portoghesi per finta e milanesi di fatto che eravamo andati a trovare (eh, sì questo viaggio aveva un losco doppio fine), incremarsi accuratamente nonostante siano dotati di una scorta di melanina ben più ricca della nostra.
La giornata è finita a casa loro davanti a un piatto di carbonara, perché in fondo a pranzo avevamo mangiato crêpes. Per il baccalao c’era ancora tempo, in fondo era solo il giorno due.

PORTOGALLO. PATAVIAGGI GIORNO 1

C’è stata la scuola che è finita, non improvvisamente perché lo sapevo, ma comunque non è che fossi proprio preparata. C’è stata Patasgnaffa a cui è venuta la febbre proprio l’ultimo giorno di scuola, e io lo so che i bambini si ammalano, soprattutto se si deve partire, ma comunque non è che fossi proprio preparata. C’è stato il caldo che è arrivato all’improvviso e non è che ne sentissi la mancanza, ma lo sapevo che a giugno era questione di giorni e sarebbe arrivato, ma comunque non è che fossi proprio preparata.

Ho riempito le valigie, ho preparato le etichette (momento diy: tela cerata, cartoncino, cartelletta di plastica trasparente, pennarello, macchina da cucire.), siamo andati alla festa della scuola, ho sistemato un po’ la casa e ho fatto di tutto di non pensarci, perché lo sapevo che alla fine sarei dovuta salire su un aereo, ma comunque non è che fossi proprio preparata. Alla fine siamo partiti, con Patasgnaffa in ottima forma, e udite udite siamo persino atterrati. In Portogallo. Giorno 1.