LA GROTTA DI BABBO NATALE

Più di otto persone per me sono una folla. Non sono mai stata una fanatica delle feste, preferisco le cene tra amici.
Per questo non sono mai stata neanche un’ amante delle gite. Troppa gente da mettere insieme, passi da coordinare, ritmi che raramente si accordano perfettamente.
Per questo quando mi hanno detto che saremmo andati in gita con l’asilo nido mi è preso un colpo. Per andare alla Grotta di Babbo Natale poi. Patagnoma scoppia a piangere solo a sentirlo nominare, odia gli spettacoli e tutto ciò che esce dall’ordinario. Anche una sedia fuori posto le crea degli scompensi; poverina, è proprio capitata nella casa giusta.
Però ci sarebbero stati anche bambini più grandi e Patasgnaffa non vedeva l’ora di andarci. E il fatto di perdere un giorno di scuola era solo un bonus in più.
Però era un’ occasione per conoscere le altre mamme dell’asilo.
Però non posso mica sempre essere la solita rompiballe.
E quindi ho detto sì.
Patapà ha scosso energicamente la testa per i due giorni precedenti e Nonnamì si è offerta di andare al mio posto. E non solo perché non sto ancora bene ( sì, i 40 anni pare che non mi donino molto, sono ormai un catorcio ambulante, quando ambulo), ma anche perché mi conoscono bene.
Ma quando non sono rompiballe sono incredibilmente testarda, mi sono messa in testa che una mamma perfetta le bambine le avrebbe portate a vedere Babbo Natale, e non posso mica sempre vestire i panni della mamma degenere, ogni tanto vanno lavati.
E quindi venerdì  mattina alle otto esco imprecando di casa, inferocita come solo si può essere con il mal di testa, la gastrite e una scoppiettante sindrome premestruale.
Salgo su un pullman gremito di gente tutta allegra, e me ne sono sto a fissare il finestrino con Patagnoma che mi saltella con gli scarponcini sulle cosce e Patasgnaffa che langue per il maldipullman e perché non è riuscita a sedersi accanto a nessuna amica.
Quando poi l’autista chiede la strada a noi passeggeri cerco il freno d’emergenza.
Ma infine arriviamo a Ornavasso, perché è facile, basta andare dritti. E il paese è bello. Riprova del fatto che se la sponda lombarda invidia la sponda Piemontese del Lago Maggiore, forse qualche ragione ce l’ha.
Scediamo dal pullman, l’aria è fredda, e veniamo circondati da elfi cocainomani vestiti di marrone (ma no, almeno i colori canonici del Natale dai!) che sostengono di chiamarsi Twergi, contenti loro, e sono indignati che noi non lo sappiamo.
Inutile dire che il mio umore è in continua picchiata e che Patagnoma odia i Twergi.
Lentamente ci incamminiamo verso il fantomatico Polar Express che ci dovrebbe portare vicino alla grotta. Sono le 10 del mattino e la visita al vecchio ciccione con la barba è fissata per le 17. Cerco subito gli orari del treno prima che scompaia il campo.
Il Polar Express non è un trenino su rotaie ma uno di quei trenini finti che ti portano a spasso nei paesini al mare. Perfetto.
Però c’è un cantastorie simpatico con l’organetto e le scarpe rosse con scritto sopra DX e SX. Un’ anima gemella la riconosci subito e parte il primo sorriso della mattina.

Il trenino ci porta a un santuario in cui ci sono un trapezio e un nastro appesi, senza nessuno ad usarli,  penso al circo di Patasgnaffa, a cui quest’anno non siamo riuscite ad andare, e sorrido ancora.
Peccato ci sia anche un orribile uomo travestito da gatto con una lunga spada. A pensarci a posteriori forse era il Gatto con Gli Stivali, noto aiutante di Babbo Natale, ma al momento non razionalizzo più di tanto perché Patagnoma, e chi se no, ricomincia a piangere disperata e a tremare come una foglia. E allora via di corsa, a salire più in alto verso la fantomatica grotta.
C’è un sentiero impraticabile dai passeggini (geniale no?) altrimenti si può  andare su per i tornanti della strada asfaltata. Perfetto, ancora. E ho pure perso il gruppo.
Salendo però incontro due mamme dell’asilo e arranchiamo in compagnia. Sorrido.

Giunte in alto ci sono dei Twergi che truccano i bambini, piattini cinesi e palline colorate. Patagnoma non ha  più paura perché quei Twergi abbracciano Patasgnaffa, fanno sorridere la mamma e le dicono che è cresciuta (non la mamma, ovvio). Infatti non sono Twergi cocainomani e qualunque. Sono Twergi pacati e sorridenti, sono gli insegnanti della scuola di circo. Beh, qui parte un sorriso palese e protratto.
Intanto con la cosa dell’occhio vedo le due mamme con cui sono arrancata su per la strada, salire su un furgoncino bianco e mi  fiondo a chiedere dove stiano andando. Al ristorante, più in alto. Bene , veniamo anche noi. Alla guida del furgoncino una donna con il berretto di babbo natale, allegra e affettuosa. Sì l’ho vista per cinque minuti, ma era così. E quindi sorrido.
Poi un pranzo tranquillo anche se con più bambini, e piccoli, che mamme. Poche chiacchiere ma un’ atmosfera tranquilla e rilassata. E allora decido di mollare la rabbia e di sorridere per il resto della giornata. Certo anche di prendere il treno e tornare prima a casa, perché comunque restare nel bosco fino alle cinque di un seppur assolato giorno di dicembre non mi sembra cosa ragionevole. Quanto meno per me, che ho anche una cena alle sette. E non è che passi molte serate fuori.
Uscite dal ristorante, un prato con chiazze di neve, comode per sedercisi sopra, parola di Patagnoma, e una fontana con il mestolo per bere l’acqua ghiacciata. Meraviglia e sorrisi.

Tornati giù alla grotta ancora chiacchere con Twergi circensi e un mago che sicuramente era magico davvero, o quanto meno era simpatico.

Piccole renne e un vento sempre più sferzante. Bambine chiudete gli occhi e mettete il cappello.

Intanto una telefonata di Nonnamì, che risoluta e mamma fino al midollo decide di venirci a prendere.
Allora cominciamo a scendere nuovamente verso valle. facciamo una sosta al santuario perché Patasgnaffa è stata autorizzata ad usare gli attrezzi aerei. Ma il luogo è strettamente presidiato dal temibile uomo gatto e ci diamo alla fuga.
Ancora il trenino e una breve passeggiata, fuori dal percorso prestabilito per le vie del paesino. Chiacchere e dita passate velocemente su nasino di Patasgnaffa che è la cosa più vellutata che esiste al mondo.
Un piccolo presepe in una chiesetta gelida e un cero acceso con un desiderio espresso. Perché in fondo si fa così no?
Poi lo zucchero filato, che vola via come neve dal macchinario e noi afferriamo al volo ridendo.
Il tempo di impiastricciarsi le dita, la faccia ed anche i capelli, di fare una partita a 1-2-3 FAI UNA FACCIA (arrabbiata, felice, triste…) inventato da Patasgnaffa e NonnaMì è già lì.

Il tempo di chiudere le portiere e le bambine dormono già.
Il sole che tinge le nuvole di rosa, le montagne innevate che guardano un lago mosso dal vento. Un’ aria tersa e profumata ancora di zucchero filato.
Il gruppo l’ho perso subito, ho socializzato pochissimo, anche se quel poco è stato piacevole, non ho visto Babbo Natale, ma ho passato una giornata come non avrei mai fatto.
All’ aria aperta, con le mie bambine, serene e felici anche prima che decidessi di esserlo anch’io.
Ed è per questo che sono stata molto contenta di aver deciso di essere testarda e non rompiballe (sì un po’ sì, ma abbiate pietà), e che ringrazio quella pazza di Silvia di avermi trascinato in un posto dove da sola non sarei mai andata.
E dove non tornerò mai più, sia ben chiaro.

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