IO CREDO NELLE FATE

Non è un mistero. Io credo nelle fate, anche negli gnomi. Non credo però nella necessità di stirare, a meno che non sia strettamente necessario, per esempio per fare una tee-shirt.

Di solito le faccio stampando da computer, o cucendoci sopra cose, quindi quando martedì Prenatal mi ha invitato a un workshop per realizzare una maglietta insieme a altre mamme, e mi sono trovata davanti una montagna di colori, nastrini, stampini, retine, centrini, glitter, pennarelli, spillette, ma neanche un pezzo di stoffa con ago e filo né uno straccio di stampante, sono stata presa dal panico.

E mentre le mie compagne di classe  (Le Funky mamasGenitori channel, FilastroccheCeliaca per amorecento per cento mamma, Ricomincio da quattro, Sweet as a candy) iniziavano a realizzare le loro creazioni io ancora ero lì a fare la cernita di tutto il materiale!

Per fortuna ho visto un pezzo di runner in pizzo plastificato che avevo anche io e quello mi ha fatto venire un’idea e per fortuna, Costanza, la nostra maestra, è stata pazientissima e mi ha spiegato come utilizzarlo, mentre si divideva tra me e le altre rispondendo a mille domande. Una santa in sintesi.

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Comunque ho scelto una tecnica facile facile, a prova di pastrugno. Innanzitutto ho messo uno strato di carta da forno all’interno della maglietta, per evitare che il colore sporcasse il retro. Poi ho posizionato il pezzo di pizzo plasticoso su quasi tutta la maglietta, ho protetto le parti delle maniche  che non volevo colorare con del decofix e fissato i bordi del tutto con dello scotch per far sì che il tutto rimanesse più fermo possibile.

Poi con una spugnetta appena inumidita ho iniziato a tamponare con del colore puro tutto quanto. In breve tutto il pizzo da bianco è diventato di un giallo brillante…ora che ci penso, giuro solo ora, proprio come quello che uso come runner a casa. La vita anche quando non te ne accorgi spesso ti porta in luoghi conosciuti.

Al momento di togliere tutto avevo un po’ paura, ma un caffè, seppur non corretto, mi ha dato il coraggio e il risultato è stato sorprendente.

Ho delimitato il bordo superiore con un nastrino che è stato sufficiente incollare alla stoffa e poi ho realizzato dei fiorellini con una carta pazzesca della Stamperia che non conoscevo. Un foglio glitteratissimo, di un sacco di colori, che basta ritagliare a piacere e poi stirare sulla maglietta. E anche qui, subitaneo, un tuffo nel mare del conosciuto, sull’onda dei ricordi: ve le ricordate le magliette con il vostro nome glitteroso stampato sopra che giravano negli anni settanta? io ce ne avevo una con Heidi e una con Furia.

Poi è arrivata la parte più difficile, quella della scritta, che senza stampante ho dovuto fare a mano libera…una glitterosa come quelle succitate sarebbe stata più bella, ma non andiamo troppo per il sottile (che vuol dire non guardiamo da vicino) e accontentiamoci!

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Avrei voluto fare anche il dietro, e scrivere LO GIURO; LO GIURO che avrebbe dovuto completare la citazione della frase davanti (Peter Pan: ogni tanto a tempo perso ripetetela, che salvate una fata da morte certa e non vi costa nulla, grazie #savethefairies) ma non c’è stato tempo perché Prenatal ci ha fatto il bellissimo regalo di farci girare tra la loro nuova collezione (assolutamente da non perdere le tee con la frutta…se non avete figli piccoli, compratele e fateci cuscini!) per scegliere un outfit da abbinare alla nostra maglietta.

Io avevo scelto di farla per Patasgnaffa, un po’ perché quella in mezzo ha bisogno sempre di un occhio di riguardo, un po’ perché qualsiasi cosa avessi scelto la avrei potuta poi usare anche per Patagnoma. Si campa anche di furbizia.

E’ stata una mattina divertente e allegra, anche se non sono mancati i momenti di concentrato silenzio, e il tempo è volato via anche troppo velocemente.

Qui potete trovare il racconto della mia compagna di banco, siamo state bravissime e non abbiamo preso neanche una nota!

Come oufit ho scelto un paio di pantaloncini jeans, perché la mia giovane principessa sta tirando fuori il suo lato più rock ultimamente, e una giacca a vento perché in questi giorni c’è il sole, ma fidarsi è bene e non fidarsi è meglio.

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Il tutto è stato molto apprezzato, non so se si capisce!

PULCINI

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C’è chi per Pasqua si improvvisa coniglio e girovaga come un disperato all’alba in giardino e chi fa addirittura schiudere uova vere.

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Oggi finalmente, dopo una settimana impegnativa, siamo riuscite ( i maschi se ne sono chiamati fuori) ad andare a conoscere i nuovi nati.

Hanno solo 11 giorni ma sono diversissimi da quando sono nati e ormai più che pulcini sembrano quasi mini galline. Dai tentativi di volo e alcuni vaghi atteggiamenti riottosi penso che l’adolescenza sia vicina.

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Hanno ancora piume morbide che si arruffano sotto le ali ma anche zampe enormi. Come i cuccioli di cane!

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Patagnoma li ha guardati da lontano, perplessa. Patasgnaffa si è rivelata un’incantatrice di pulcini ed è stato difficilissimo portarla via, sopratutto a mani vuote….ma in fondo non si sa mai.

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UN (4) REGALO PER PAPÀ

Tutti i bambini amano ricevere regali, da piccolissimi, lo prendono come un dato scontato, ma tutto è un regalo, anche il sorriso della mamma, quindi è bellissimo comunque. Crescendo, se siamo fortunati e bravi, imparano ad apprezzare il regalo come un evento speciale. Ecco su questo punto abbiamo ancora da lavorare, spesso i regali vengono pretesi e se non piacciono bisogna ancora studiare bene la dissimulazione facciale e verbale.

Poi arriva il momento in cui anche fare un regalo diventa una cosa bellissima. Si mormora che pure la cacca sia un regalo per le mamme, ma si sa, io preferisco zoccoli. Grazie.

Un regalo può essere un fiore strappato dall’aiuola comunale, un disegno scarabocchiato, magari fatto anche dal compagno d’asilo, un bacio sul naso e un capriccio risparmiato.

Poi viene il momento in cui i regali vogliono essere comprati, Con i soldi di altri ancora meglio.

Patasgurzo ha iniziato un paio di anni fa, e glielo concedo, ha sempre voluto usare i suoi soldi. A Natale e ai compleanni scopre improvvisamente di amare Patasgnaffa, che di solito maltratta, e le compra sempre qualcosa. Anche il mese scorso, quando ha avuto la bronchite, le ha comprato un gioco per il Nintendo. Che piaceva a lui e che non esce mai dalla sua stanza, ma diciamo di aver apprezzato il gesto.

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A Patasgnaffa questo desiderio di comprare regali è misteriosamente scattato per questa festa del papà e, visto che la nonna le ha dato corda e moneta, ha prodotto i seguenti regali: una penna stilografica senza cartucce, delle matite che fingono solo di esserlo e invece sono penne, un misterioso attrezzo per fare polpette, e un quaderno piuttosto bruttino. Dove però vuole scrivere di tanto in tanto dei pensierini per il suo papà, in modo che lui la possa avere sempre accanto a sé. Probabilmente non andrà mai oltre all’unico che ha scritto ieri, ma comunque lasciatemi qui a sciogliermi un po’.

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Ieri ha voluto fare anche i pacchetti da sola.

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Non ce n’è, auguri Patapà, ma occhio, che tua figlia sta crescendo!

ATTENTA PIANIFICAZIONE

Sabato c’è stata la gara di ginnastica delle bambine.

Dovevo iscriverle entro fine febbraio, ma visto che avevano saltato un po’ di lezioni causa influenza dilagante, me ne ero scordata. Allora sono andata a implorare le maestre martedì, soprattutto perché ormai avevo comprato i body, urendi, e volevo avere l’occasione di metterglieli almeno una volta. In effetti le altre bambine, quasi tutte almeno, li mettono anche a lezione, ma io vesto le patasgnaffe con leggins e maglietta già dalla mattina e così non le devo cambiare, anche perché non c’è uno spogliatoio, io lo archivierei sotto “spiccato senso pratico”. Fatto sta  Patasgnaffa ha avuto ben una lezione per prepararsi.

Già così mi sentivo un pochino in colpa. Dovevo espiare in qualche modo, allora ho pianificato attentamente il pomeriggio del sabato in modo che, avendo le bambine gare in orari differenti, non dovessero aspettarsi a vicenda.

Due minuti prima di uscire da casa do’  istruzione a Patapà di portarmi Patasgnaffa alle 15 in palestra. Lui mi chiede se fosse quella dell’anno precedente e io rispondo di sì. Poi però per scrupolo controllo e scopro che la gara sarebbe stata in un altro luogo, più lontano. Ed ero già in ritardo. Bene, cominciavo già ad espiare.

Io e Patagnoma arriviamo trafelate ma con solo un quarto d’ora di ritardo, una specie di miracolo. Appena arrivata scopro però che avrei dovuto portare prima Patasgnaffa. Perfetto. Avevo decisamente espiato le mie colpe. In un mondo parallelo forse.

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Per fortuna Patapà è riuscito a portare la povera Patasgnaffa cinque minuti prima dell’inizio della gara, tanto non doveva mica provare l’esercizio, lo sapeva benissimo, avendolo provato solo un giorno.

Comunque ce l’abbiamo fatta, Patagnoma è stata bravissima, non solo a fare il suo percorso, ma soprattutto nel restare a guardare sua sorella per tutto il tempo. In raltà si è fatta un’amica e ha scorazzato su e giù dalle gradinate pulendo il palazzetto meglio dello Swiffer.

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LOLA

Io credo di aver espiato davvero i miei peccati rimanendo seduta su uno sgabello di plastica dall’una alle sei del pomeriggio.

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CLICCAMI!
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CLICCAMI!

LA CACCIA AI VAMPIRI

Angleria era un pacifico borgo adagiato vicino a un lago su cui i cigni scivolavano lievi. Il sole brillava impunito nel cielo azzurro, i bambini facevano rimbalzare le risa tra i muri di pietra e i passi delle fanciulle sfioravano i ciottoli a passo di danza.
Un giorno un mercante di stoffe portò alla principessa Allegra un baule pieno di meravigliose stoffe dai colori cangianti e un vago profumo di spezie. Ma tra le preziose stoffe un piccolo ragno rosso aveva trovato un comodo rifugio.
Era piccolo, così piccolo che potevi ignorarlo, ma ben presto gli abitanti del piccolo borgo non poterono fare a meno di rimpiangere il giorno in cui aveva iniziato a mordere alcuni di loro.
Non tanto per il segno che lasciava, un piccolo ponfo, che in realtà erano due, minuscoli, ravvicinati e splendenti quasi come rubini. Chi veniva morso perdeva ogni ombra di allegria, di gentilezza e di magnanimità.
Un paese che prima quasi non conosceva conflitti, ben presto fu abitato, almeno per metà, da uomini, donne e bambini che non avevano alcuna pietà gli uni per gli altri.
Anche il sole che prima indefesso aveva svettato sui merli del castello, da tempo non si vedeva più e una fitta nebbia avvolgeva costantemente ogni cosa.

Nessuno sapeva come fare, la bontà a tratti quasi stolta degli abitanti ancora non segnati dal piccolo ospite, li rendeva incapaci di alcuna reazione. Fu così che l’uomo che era capo del convento, il grande e pio Fra Domenico decise di chiamare in aiuto un suo vecchio compagno di giochi, il famoso e temibile Van Helsing.
Appena giunto in paese l’impavido cacciatore di creature oscure, capì cosa era successo alla povera Angleria. Raccontò così al popolo spaurito e attonito che esisteva una creatura potentissima e malvagia, che era a capo di un grande esercito di succhiatori di sangue. Il suo nome era Dracula, ed era così potente che anche solo nominarlo poteva essere rischioso.
Il grande Dracula colonizzava paese dopo paese mandando in avanscoperta una goccia del suo sangue che prendeva la forma di un ragno, di un gioiello sfavillante o di una preziosa bottiglia di vino.

Quando il male diventava più forte del bene un portale si apriva e Dracula veniva a riscuotere il suo tributo di sangue. Per tentare di riportare il bene bisognava  trafiggere il cuore dei compagni trasformati in accoliti del signore oscuro con la spina di una rosa rossa.
E fu così che venne richiamato l’esercito del paese vicino, e fu così che venne armato il popolo intero, anche i più piccini e fu così che vennero colte tutte le rose della regione.
A tutti fu insegnato come maneggiare un’arma con la quale fa cadere il nemico per poi trafiggerlo con la fatale spina.
 
Innumerevoli furono le battaglie che videro caduti da ambo le parti, ma il male continuava imperterrita la sua cupa avanzata.

 

Tra il popolo c’era anche una fanciulla di incomparabile bellezza e incredibile bontà. Era anche dotata di grande coraggio e di una vivace curiosità. Nella nebbia brillava ancora l’oro dei suoi capelli e il blu dei suoi occhi ricordava a tutti il colore che il cielo aveva un tempo.
Lei si allenava duramente e in battaglia era la prima a lanciarsi verso il nemico


Vista la sua incontenibile curiosità e la sua insolita furbizia, cominciò ad avvicinarsi ai nemici per scrutarne i modi e cogliere punti deboli da utilizzare in battaglia. Ma con il passare delle lune una strana e subdola forma di attrazione per ciò che avrebbe dovuto aborrire iniziò a dominare la sua mente e il suo cuore. E questo senza essere affatto toccata dal piccolo ragno che ancora di tanto in tanto riusciva a colpire, nonostante le mille strategie messe in atto dalla popolazione dotata ancora di un cuore puro.

Ed è possibile che sia stato proprio questo vacillare del cuore della bellissima fanciulla a far infine aprire il portale e far apparire il temuto Dracula.
Lo sguardo che lui e Van Helsing si scambiarono è indelebilmente impresso nella mente di ogni sopravvissuto e così la sanguinosa battaglia che ne seguì
Ma il soffio di vento che durò quello sguardo fu fatale anche per la bella fanciulla che in un attimo capì qual era il suo destino e quale fosse il suo posto.
Veloce svestì i panni da soldato e indossò un mantello di stelle. Piano, con il cuore pieno di un’emozione ignota si avvicinò al signore oscuro.
Lui le porse il suo scettro e lei capì di aver trovato il suo posto, per l’eternità.
Solo un attimo di melanconia velò il suo bel volto guardando un’ ultima volta Angleria, ma fu solo un attimo, un lieve batter di ali.
 
 
 
 
Oggi siamo state alla Rocca di Angera, sul Lago Maggiore, dove veniva inscenata una “caccia ai vampiri”. A mettere in scena la giocosa rappresentazione coinvolgendo piccoli e anche grandi sono stati i bravissimi attori della Compagnia di San Giorgio e Il Drago, che cura progetti per bambini, rappresentazioni storiche, cene con il delitto e altre magiche cose che andrete subito a guardarvi sul loro sito (altrimenti chiamo Dracula che ormai siamo imparentati…avete presente cosa potrebbe fare la suocera di un vampiro?).
E’ molto tempo che fanno queste manifestazioni alla Rocca e qualche volta abbiamo provato ad andarci. Ma Patasgurzo di solito pianta un muso che spaventerebbe anche il più feroce demone e Patagnoma urla terrorizzata, che ci fosse qualche morto nei paraggi si risveglierebbe in un istante.
E così siamo andate solo io e Patasgnaffa, e nonostate la giornata uggiosa è stato divertente. 
Mi sarebbe piaciuto raccontarvi la vera storia che hanno messo in scena, ma dopo aver tentato di farmela raccontare più volte dalla svampita fanciulla, mi sono dovuta arrangiare.
La prossima volta lascio a casa la macchina fotografica, seguo bene la trama e faccio la cattiva. Non vedo l’ora.

OTTO

Un giorno dopo l’altro, come le perline luminose e colorate, sfaccettate e sempre diverse di una collana, la più preziosa che c’è, sei arrivata a otto, dico otto anni. Giorni passati a rincorrere il vento (cit. ovvio. E ci siamo anche scambiate baci, i diamanti della collana), un vento che ti porta sempre a zonzo dietro a chissà cosa di luccicoso, divertente e frivolo. Un vento che ogni tanto ti lascia riposare, appesa a qualche ramo, e i tuoi occhi si sbarrano e fugace ti immergi in chissà quale profondità. Ma poi riprendi a mulinare in giro, le gambe dove di solito stanno le braccia e la tua risata che tintinna nell’aria.

Certo ogni tanto sarebbe bello tu fossi un po’ più presente, chiaccherassi un po’ meno, e lasciassi meno cose in giro, che impigliate nel tuo vortice si spandono ovunque. Ma allora forse saresti perfetta, e sarebbe noiosissimo.
Buon compleanno amore mio, un po’ in ritardo forse, ma in fondo ti ho portato al mare.

STAPPATA

Di Patasgurzo ho un vago ricordo. Il salotto giallo, il divano di legno che ora è il suo letto, fuori grigio umido. La molla che scattò non so quale fu, il ciuccio lo portava poco, ma ancora veniva messo tutti i giorni nell’armadietto dell’asilo. Però quel giorno abbiamo, sì insieme, deciso che era ora di liberare il ciuccio, che voi forse non lo sapete, ma non è altro che un pesciolino in fieri, che quando ha finito il suo lavoro con un bambino non vede l’ora di essere liberato nell’acqua e tornare a guizzare felice. Allora siamo usciti e abbiamo gettato il ciuccio nel lago, la fata che dorme sul fondo, lo ha subito ritrasformato e lui è nuotato via senza un rimpianto, senza voltarsi indietro. Anche Patasgurzo non ha avuto un attimo di rimpianto, non si è voltato indietro, e ha potuto scegliersi il regalo che preferiva. Non ricordo quale fosse, ma ricordo che fu una cosa piccola e sorprendentemente economica. Mi era andata bene.
Di Patasgnaffa ricordo di più, e non solo perché è successo qualche anno dopo. Fu un filino più drammatico, più ricco di pathos diciamo. Cose che aiutano la memoria.
Era un giorno ancora più grigio e sicuramente più freddo. Anche lei era già alla materna, anche lei metteva il ciuccio nell’armadietto. Verso le due del pomeriggio il telefono squilla e mi dicono che Patasgnaffa è caduta, ha sbattuto contro un calorifero del corridoio (sì, con il paracalorifero) e ha perso uno dei due incisivi.
Ora, alzatevi in piedi ed applaudite la maestra che ha preso il dente, lo ha lavato e rinfilato nella gengiva della fanciulla. Sono passati cinque anni e credo stia tremando ancora, ma è la cosa giusta da fare. Sappiatelo. Un dente tempestivamente rinfilato ha buone possibilità di riprendersi. Se non siete così coraggiose potete conservare il dentino in soluzione fisiologica o nel latte e correre dal più vicino dentista. Cosa che comunque ho fatto io, e così Patagnoma ha vinto una specie di apparecchio che teneva il dente rinfilato lì dove doveva stare per favorirne il rinsaldamento e ha perso il ciuccio, che in quel momento comportava più rischi che benefici. Un pesce nuovo ha nuotato sul fondo del lago e un’orrenda bambola parlante, probabilmente indemoniata, è venuta a vivere con noi.
Patagnoma invece è andata al mare con le nonne, che hanno perso all’autogrill il suo unico ciuccio. Non so se sia vero ma non lo ha più chiesto per tutta la settimana. Considerando che mai mamma mi tolse il ciuccio disegnadoci sopra dei vermi che ancora mi sogno di notte, ho qualche dubbio, ma cercare il pelo nell’uovo non è mia intenzione. Mi è tornata una bambina abbronzata e stappata e tanto mi basta.
Certo a me il ciuccio lo ha chiesto insistentemente le prime sere per dormire, ma complice un nuovo Lego anche questa volta l’abbiamo sfangata.
Ho solo avuto un improvviso lampo di coscienza ecologica e ho deciso che gettare un ciuccio nel lago non fosse poi una bella cosa. E così la fata del lago ha dovuto muovere le sue umide chiappe per venire a ritirare il ciuccio a domicilio, al calar delle tenebre. Bella gioia, si sa che le mamme al terzo giro diventano incredibilmente pigre!

MEA CULPA

Ormai sono sei anni che i miei figli vanno alle elementari (scuolaprimaria mah). Prima sono andati all’asilo (scuoladellinfanzia mah), e prima ancora al nido (nido? ma davvero?). Insomma vanto un discreto numero di recite di Natale, canti di fine anno, auguri di Pasqua, abbracci della piazza (ehm no, lì a onor del vero mi sono sempre rifiutata di andare), giochi della gioventù, feste della scuola, festa dello sport, pizzate varie, riunioni dei genitori, colloqui con educatrici/maestre/professori…e probabilmente dimentico qualcosa.
Ecco, dimentico. La parola d’ordine dell’ultimo periodo.
Mi sono persa i canti di fine anno, che erano venerdì. Me li sono persa non perché me ne sono dimenticata ma perché manco sapevo ci fossero. Non sono andata a più di metà dei colloqui e la maggior parte dei professori di Patasgurzo non so neanche che faccia abbiano. Mi sono persa i giochi della gioventù di oggi. In realtà ho provato ad andarci, ma visto che Patasgnaffa non c’era, ho fatto rapidamente dietro front e me ne sono andata a prendere un cappuccio al bar. Mentre lo bevevo annoiata lei ha fatto i suoi giochi.
Non ho il libro delle vacanze perché non sapevo neanche di doverlo prenotare. Cioè tutti gli anni andrebbe prenotato, io non lo faccio, ma poi lo trovo lo stesso nella cartoleria davanti a scuola; che poi è il luogo del peccato dove ho preso il cappuccino questa mattina. Ecco quest’anno no, non l’ho ordinato e quindi non lo troverò nemmeno.
Insomma ‘na frana proprio.
Però ho portato Patasgnaffa a millemila prove per il saggio di ginnastica, e sono pure andata a vederlo nonostante un mal di testa infernale che mi ha fatto maltrattare chiunque mi capitasse a tiro. E ho fatto bene perchè è stato bellissimo.
E ora sto per andare alla riunione della scuola materna di Patagnoma, nonostante ci abbia già fatto sei anni con gli altri due.
Questo miei cari si chiama espiazione.

LE PICCOLE FIORAIE

La nostra scuola ha sempre bisogno di soldi, non è una novità e non è sicuramente l’unica.
C’è un comitato genitori che si sbatte a destra e a manca, tra questi sbattimenti è inclusa una lotteria di fine anno, di cui fino ad adesso sono sempre stata solo felice perditrice di biglietti. Già perché mi lamento sempre che non vinco mai nulla ma ci fosse una volta che mi ricordo di controllare… (non è vero, qualche volta lo faccio, qualche volta).
Quest’anno però quella disgraziata di Patasgnaffa ha avuto l’ardire di presentarsi a casa brandendo un carnet di biglietti da vendere.
Dunque, non è che noi siamo delle strane bestie asociali, abbiamo i nostri amici e conduciamo una vita di relazione con il prossimo vivace ed appagante. Però non ci si può definire inseriti nel territorio. Conosco relativamente poche persone e sicuramente non conosco i cognati dei cugini del fratello della moglie del bisnonno. Non ho fatto l’asilo con nessuno di loro, neanche le elementari e a volerla dire tutta neanche le medie. In più ho una scarsissima memoria per i nomi e prima di tracciare vaghe linee genealogiche tra le persone devo conoscerle piuttosto bene.
Questo per dire che in un paese del genere se dai a quasi ogni bambino della scuola un carnet di biglietti da vendere, il mercato si satura in un amen (termine ecclesiastico usato di proposito, non non andiamo neanche a messa, per supportare il concetto di quanto possiamo essere tagliati fuori), e a noi restano veramente pochissime chance di venderne qualcuno, anche perché il novantanove per cento delle persone che abbiamo conosciuto lo abbiamo fatto attraverso la scuola.
Certo ci sono anche i nonni, ma quella gegna di Patasgnaffa ha fatto comprare a NonnaMi i biglietti da un compagno di Patasgurzo, eh sì, perché sono coinvolte anche le scuole medie, e come fai a concorrere con chi fa la ronda del paese in bicicletta nel giorno di mercato?
Allora ho pensato che se vendere i biglietti sarebbe stato impossibile, potevamo provare a vendere qualcos’altro….più il biglietto, che a questo punto doveva essere visto quasi come uno scontrino.
Allora le donne di casa armate di carta crespa e colla (sì la Coccoina, sì ancora lei, sì ha ancora quell’odore lì) hanno fatto dei fiori di carta e sono andate a venderli sul lungo lago.

Un pomeriggio con un sole splendente, una lieve brezza e addirittura un mercato. Sono partita convinta che avremmo finito i biglietti in un batter d’occhio.
All’inizio Patasgnaffa faceva la timida e si vergognava a offrire i suoi fiori. Per fortuna Patagnoma con il suo vocione da carrettiere strillava a gran voce. Peccato che non si capisse esattamente cosa dicesse, un signore però ha percepito la parola “lotteria” quindi son ben fiera di lei.

Man mano che il tempo scorreva e la gente passava indifferente Patasgnaffa ha finalmente perso la sua strana timidezza e ha liberato l’animale da palcoscenico che in lei non sonnecchia quasi mai, anzi si agita parecchio,
E sono stati fiori nei capelli, balletti e canzoni.
Il sole ha brillato più forte e lei era bellissima.
Alla fine abbiamo venduto dieci biglietti. Dieci. Io sarò pure una madre accecata ma davvero non capisco come sia stato possibile.
Per fortuna l’unica a risentirsene sono stata io perché la vita per le mie piccole fioraie scorre lieve e felice, alla faccia di tutti quelli che senza capire hanno detto “i biglietti ce li ho già”