LA BALLERINA TARDIVA

Da piccola sognavo tutù e scarpette, non una cosa incredibilmente originale lo ammetto. Mettevo su Tchaikovsky, infilavo strati di tulle gentilmente offerti da Nonnami e zompettavo selvaggiamente in giro per il salotto.

Tutto lì però, perché Nonnami mi riforniva di tulle ma di scuola di danza non voleva sentir parlare. Ancor oggi non capisco bene perché, fatto sta che il body lo infilavo per fare ginnastica artistica, ma senza gare, e la mia schiena ancora maledice quegli anni.

A sedici anni però andai a vedere Giselle alla Scala. Ballava una Fracci decisamente di una certa età, ma non te ne accorgevi davvero. Fu incredibile e quella sera stessa decisi che i soldini messi da parte facendo baby sitter mi avrebbero fatto danzare.

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E così divenni una ballerina tardiva. Incominciai in una piccola palestra con un ex ballerina della scala, bionda e minuta, con la schiena ritta ma nascosto un sorriso.

L’anno successivo mi iscrissi in una scuola, di quelle che avevano i corsi per i piccolini di tre anni e per le dee che volteggiavano a dovere. Io, compatibilmente con lo studio, facevo tutti i corsi, per terra con i le bambine dell’asilo e attorcigliata alla sbarra cercando inutilmente di star dietro alle dee.

Ero un disastro, non solo avevo iniziato fuori tempo massimo, probabilmente non ci ero neanche portata. Ma ci mettevo l’anima.

La mattina buttavo i libri di scuola nella mia sacca nera di Dimensione Danza e la mia giornata cominciava.

La danza permeava la mia vita, disegnavo ballerine, leggevo riviste di danza o libri in cuoi madri senza cuore plasmavano le loro figlie in piccoli cigni. Dal confronto Nonnami e la sua riluttanza ne uscivano benissimo. Studiavo greco facendo allungamenti e mi ero fatta una sbarra con un bastone per tende. Ballavo anche in estate, ricordo una settimana a Finale Ligure con un maestro russo e il mare visto una sola volta. Ricordo la palestra sottotetto del teatro Carcano e il caldo che saliva dall’asfalto milanese.

E soprattutto guardavo ballare. Vivevo nel loggione della Scala, con i posti in piedi a diecimila lire. Presto avevo anche scoperto le vie delle quinte e mi intrufolavo ovunque come un topolino.

Prediligevo la danza classica, con la sua ferrea disciplina e la poesia fluidamente incanalata. Ma qualche incursione nel contemporaneo me la concedevo.

Il mio preferito in assoluto era David Parsons, e non solo perché era bellissimo. Uscivo dal suo spettacolo con il cuore in danza e i piedi che involontariamente mi portavano via volteggiando. L’ho visto almeno quattro volte.

Poi venne il lavoro e la fatica di un corpo che proprio non voleva plasmarsi alla danza, che con un allenamento ridotto aveva smesso di rispondere anche al minimo. La passione veniva soffocata dalla frustrazione, e così ho mollato il colpo.

Ogni tanto ci ho riprovato, qua e là nel tempo, ma non sono mai più riuscita a trovare un ritmo che mi consentisse di essere felice. Forse quello per Tersicore è un amore così grande che reclama tutto per sé e non accetta intrusi.

Ieri sera però sono tornata a vedere Parsons, la sua compagna quanto meno, che il tempo passa per tutti. Ci sono andata con un Patasgurzo un po’ scettico ma che mi ha fatto il grande regalo di divertirsi.

Lo spettacolo, ad anni di distanza, è stato piacevolmente familiare, come tornare a casa dopo lungo tempo. Mi sono divertita, mi sono stupita nonostante mi aspettassi già tutto e mi sono anche commossa alle lacrime, cosa che non ricordo di aver mai fatto in gioventù. La mia voce ha canticchiato sommessamente, chiedo scusa ai vicini, e i miei piedi si sono mossi sotto la lunga gonna in seta verde.

Alla fine i ballerini si sono accucciati sul proscenio per stringere mani e accogliere i complimenti con grandi sorrisi. Dio com’erano giovani e belli. Parsons addirittura è sceso tra il pubblico come per salutare vecchi amici. Del tipo che io commossa gli ho detto “grazie” e lui mi ha risposto “prego”.

Una serata perfetta, una di quelle che punzecchia la ballerina tardiva a diventare una ballerina tardona.

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E comunque ci terrei a dirvi che ho visto anche Barysnikov  prima che si fidanzasse con Carrie.

L

2 thoughts on “LA BALLERINA TARDIVA

  1. Mia figlia adora la danza , la pratica da quando aveva sei anni. Facciamo tanti sacrifici per mandarla ai corsi, classico, moderno, contemporaneo e adesso fa anche contaminazione. Un nome un po’ strano per unire insieme hip hop e moderno…. Non potrei mai farla rinunciare , quindi faccio a meno io di tante cose. Tu sei bellissima con il tutù….:-)

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  2. Io sono stata una piccola ballerina molto promettente: ero portata, avevo il senso del ritmo e splendidi piedi ( io li trovo brutti, così nodosi, ma si incurvano moltissimo e questo era per la maestra un vero privilegio) … e adoravo ballare. Ma odiavo la disciplina, le ripetizioni e la rigidità perciò mollai tutto. Ma ballare per me resta ancora l’unica vera attività motoria che mi piace fare. Ho ballato il moderno, la danza jazz, il liscio, la salsa… qualunque cosa pur di muovere i miei “splendidi piedi”.
    Quella cosa lì, della danza, è una cosa che quando uno c’è l’ha dentro non ti abbandona mai.
    baci

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