PATAZEPPOLE

Io le zeppole manco sapevo cosa fossero.
Poi son successe due cose: è arrivato Patasgurzo, e quindi un altro papà nella mia vita, e il diciannove marzo sono entrata casualmente in una panetteria.
Patapà che non ama i dolci si è inspiegabilmente innamorato di questi pseudo bignè, probabilmente a causa degli ormoni della gravidanza, e da allora le zeppole sono diventate, più o meno, una consuetudine.
Da quando siamo venuti al lago trovare le zeppole è diventato più difficile, forse perché non vado mai in panetteria, o forse perché il 19 marzo cade sempre di lunedì ( non smentitemi).
Da allora le faccio io. Non sempre e mai con la stessa ricetta.
Questa’anno ad essere sincera non ne avevo molta voglia, per dire sentivo molto più forte l’impulso di ritagliare uccellini di carta, ma mi è arrivata una mail del Corriere con la ricetta della Parodi e ho pensato che forse dovevo posare la forbice.
Come sempre però non avevo tutti gli ingredienti e neanche tutta la pazienza, quindi ho prodotto delle patazeppole.
Ho usato un bricchettino di panna da cucina e l’ho diluito in acqua fino ad avere 250 ml d’acqua. Ci ho messo dentro tutto il burro che ho trovato in casa, circa 100 gr e due cucchiai di zucchero, che fare i dolci senza a me non torna.
Ho messo tutto in una pentola e ho portato a bollore. A quel punto ci ho schiaffato dentro tutta la farina in un botto perché la ricetta ordinava così! Si è istantaneamente formato un mappazzone che ho mescolato fino a che non gli sono passate almeno le rughe. A quel punto ho spento il fuoco e aggiunto le uova. Una per una. Il mappazzone è diventato sempre più simile allo skifidol tanto che al terzo uovo su cinque ho mollato il colpo e smesso di aggiungerne.
Meglio, così mi sono risparmiata la tasca da pasticcere che mi incasina sempre tutto. Ho fatto delle polpettine schiacciate con un avvallamento in centro e le ho messe in forno a 200 gradi per quattro minuti. Poi le ho fritte, bruciacchiandole un po’ perché dovevo scrivere il post!
Nonostante tutto sono rimaste crude all’interno e quindi le ho rificcate in forno per una decina di minuti.
A questo punto avrei dovuto decorarle con un’amarena, che non avevo, e della crema pasticcera che non avevo voglia di fare. Quindi ho optato per un’emulsione di Philadelphia e zucchero a velo, che tanto Patapà aveva espresso il desiderio di una cheesecake.
Ecco ora devo dirla tutta, a conti fatti fanno schifo. Come tutte le volte che ho provato a farle.
Ma Patapà si merita almeno il pensiero, perché è un padre presente e fantastico, e un marito premuroso e paziente (con me ci vuole).
È anche un eccellente cuoco, quindi prima o poi imparerà a farsele da solo, o io farò un salto in panetteria.