LAMPAMONDO

La barzelletta dei carabinieri che per avvitare una lampadina girano l’intera casa è vecchia come il cucco, io però forse sono anche peggio perché ogni volta che devo cambiare una lampadina tendenzialmente cambio anche il lampadario.

E per fortuna che hanno inventato le lampadine a basso consumo.

Ieri sera Patasgurzo laconico mi ha comunicato la dipartita di una sua lampadina, accidenti, non aspettavo l’ora. Avevo da riutilizzare un mappamondo di quelli che si illuminano che avevo smontato perché mi serviva una palla per questo post…ehm sì, succedono anche queste cose, e inoltre mi serviva uno dei due lampadari di carta che erano nella sua stanza. Perché raramente le cose poi vengono buttate, una seconda, terza, quarta vita non la si nega a nessuno.

Per realizzare il nuovo lampadario ho dovuto procedere a un brutale discioglimento della calotta glaciale artica, sentendomi come un cattivo nei film dei super eroi, e la cosa peggiore è che in un certo senso è stato anche stato esaltante (muahahahaha) . Per rendere più credibile la cosa ho tenuto i tacchi mentre ero in piedi sulla scala, perché i super cattivi sono anche super stilosi. Questa ovviamente è stata la parte più difficile di tutta l’operazione.

libreria

E così ora la stanza del fanciullo sembra sempre di più un centro geofisico, piena di mappe e cartine, mentre lui cresce sempre più, tracciando nuovi percorsi, nuovi tracciati che ancora non si sa dove lo porteranno.

mappamondoluce

Anche se di una mappa, un navigatore, in questo periodo avremmo bisogno poiché è venuto il momento di scegliere la scuola superiore. A vederlo scritto mi viene male, del resto mi sono sentita male anche l’altro giorno quando gli ho dovuto prendere i vestiti nel reparto da uomo.

stanza

E così sono cominciati i primi open day, incontri in lande vaste, affascinanti, misteriose e inesplorate, che quasi quasi una mappa me la metto sul letto pure io.

mappalight

OPS I DID IT A CACATA

Vi ho raccontato delle mie scuole medie, di quanto fossero state speciali. Ogni medaglia però ha il suo rovescio, ogni giorno di sole, i suoi angoli in ombra.

Le cose che non mi piacevano delle scuole medie a parte gli ormoni impazziti, ma quelli sarebbero impazziti anche fuori dall’orario scolastico, e le lezioni di algebra, erano i giri di corsa del parco che il prof. Passera di educazione fisica ci faceva fare prima di ogni lezione, ci fosse il sole, la pioggia, la neve, la grandine, l’eruzione del vulcano, il terremoto, le cavallette, e i cachi.

cachi

Sì i cachi che in autunno a mensa ci davano da mangiare, spesso, spessissimo, anche perché nel parco ce n’erano in abbondanza. Io già con codesti frutti avevo un rapporto conflittuale. Un pochino mi piacevano, certo, erano dolci, ma suvvia, avevano quella consistenza così….lumacosa. E in più talvolta allappavano di brutto. Quindi, sì, il gusto era buono, ma avevano un sacco di altre cose da farsi perdonare.

Ma i cachi della mensa, no, quelli erano pari a una punizione infernale. Sempre molto, molto maturi. E già questo per un caco è un problema. Ma ora immaginatevi un caco molto maturo, nessuna posata e un solo tovagliolo di carta, monovelo in dotazione dall’inizio del pasto. E un branco di dodicenni.

E ora chiedetemi ancora cosa io pensi dei cachi….

In compenso i Patasgnaffi li adorano. Patagnoma addirittura predilige quelli più spappolosi, sarà che le ricordano le lumache che ormai non può più mangiare, visto che si è fatta venire l’orticaria da indigestione….

Però sta volta avevano esagerato e ne avevo quattro che mi ricordavano troppo quelli della mensa delle medie, certi traumi sono durissimi da superare. Allora ho deciso di farci una torta, anche perché su Instagram mi avevate detto che era possibile, i social sono meglio della psicoterapia.

Ho preso i quattro cachi incriminati, li ho schiacciati con la forchetta e poi non paga li ho passati con il minipimer per eliminare ogni filosità sospetta!

ingredienti

In una ciotola ho mescolato 400 gr di farina, 200 gr di burro fuso, due uova, 200 gr di zucchero di canna, quattro cucchiai di miele di castagno e una bustina di lievito. Poi ho aggiunto i cachi e ho cotto in forno a 180 gradi per quasi un oretta.

torta

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Devo dire che alla fine l’ho mangiata anche io, non solo Patasgurzo…

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#PATATEE: COME TI HYPSTERIZZO IL PUPO

La mia passione per le patasagome, come tutte le passioni che si rispettino, si è trovata davanti a un ostacolo. Mi è morta la stampante. Ostacolo superabile diranno i più, però io ci ho messo tipo tre anni. Non digerivo il fatto che si fosse rotta, ce l’avevo da pochissimo. Testimonia il fatto che io non abbia superato il drammatico evento, la sua presenza sul ballatoio di casa. Non ho ancora avuto il coraggio di buttarla.

A soffrire di questa cosa non ero solo io, ultimamente Patagnoma continuava a chiedermi com’è che in bagno ci fossero le Patasagome dei fratelli e la sua no. Il fatto che quella di Patasgnaffa fosse ormai più simile a lei che alla sorella non aveva alcun peso.

E cosi quando l’ho vista bianca e splendente a 39,90, si lo so son 40 in realtà, l’ho presa.

E ho ricominciato con le mie adorate patasagome. Ma siccome son madre degenere non ho cominciato da chi me la richiedeva, ma da colui il quale non nutriva più alcun interesse per la cosa. Sempre a rincorrere chi non ci vuole, che triste destino.

E così ho fatto una maglietta a Patasgurzo che ha detto “bella, ma per andare al scuola non me la metto”. Mai una gioia.

PATATEEHYPSTER

Comunque in brevis, prendete una foto, magari scegliendo un soggetto più riconoscente, e stampatela. A me piace farle in bianco e nero e poi giocare con gli accessori, ma voi fate un po’ come vi aggrada. Per fare la maglietta ho usato una carta Iron_on,  che grazie al calore del ferro da stiro trasferisce l’immagine su stoffa. Tende un po’ a rovinarsi con i lavaggi, va stirata con una carta apposita (credo, io non stiro certo le magliette), ma anche sciupata conserva a mio parere il suo fascino.

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Una volta stampata la foto ritagliate il soggetto seguendone i contorni e poi, armate di ferro da stiro, procedete secondo le istruzioni che troverete sulla carta.

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Poi arricchite di dettagli e di colore, usando stoffa, perline, nastri o come in questo caso lana e uncinetto.

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Vista l’età prepuberale ho deciso di affrettare i tempi e scoprire come starebbe Patasgurzo con la barba. Non avevo dubbi, è bellissimo, come il suo papà

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Riassumendo….

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#PATARIVOLUZIONE: LA CAMERA DEL FANCIULLO

Patasgurzo è sempre stato un gran produttore di muco. Lo so non è una bella immagine, ma lui si, amore di mamma.

Quando aveva cinque anni gli abbiamo anche fatto togliere le adenoidi, di notte andava in apnea, e probabilmente per quello fino ai tre anni non ha dormito. Spero, perché l’alternativa è che sia proprio farabutto lui.

Però la sua produzione non si è arrestata, le adenoidi sono ricresciute (sì può succedere, evviva!) e ogni tanto in estate si ritrova con due occhi che a Nosferatu piacerebbero molto.

Ovvio che prima o poi dovesse fare il test delle allergie, e finalmente mi sono decisa a portarlo.

Ha vinto un’allergia alle graminacee, un classicone, una leggera a betulla, noce e nocciolo (che abbiamo in giardino) e una agli acari della polvere.

Il dottore serio mi ha spiegato come avrei dovuto lavare biancheria e indumenti e che avrei dovuto togliere i tappeti e ridurre al minimo il numero dei cuscini.

A quel punto, dall’alto dei miei Swedish Hasbeens, l’ho guardato con disprezzo e scuotendo la coda di capelli rosa, me ne sono andata sbattendo la porta dopo aver esclamato “lei non sa chi sono io”.

No scherzo, non l’ho fatto, ma solo perché mi ha detto che avrei dovuto prestare attenzione solo alla camera di Patasgurzo. In effetti a dodici anni in giro per casa lo vediamo poco, e dubito che con il passare del tempo le cose miglioreranno.

Però ho dovuto fare qualche cambiamento, e la cosa non è che mi sia spiaciuta un granché, era tipo sei mesi che non cambiavo niente in quella camera!

Il suo era un vecchio letto in legno a barca, che avrebbe dovuto essere cambiato comunque perché più corto di una letto normale. Data la sua forma era una vera pacchia per la polvere che si incastrava ben bene ovunque.

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Guarda che ti guarda in giro non avevo trovato nulla che mi piacesse davvero e così ho optato per una comunissima branda di legno che ho dipinto di grigio. Aveva però le gambe troppo alte e per sbaglio avevo comprato un materasso altissimo (uno di quegli acquisti online a mezzanotte, avete presente?). Per qualche giorno l’ho tenuto così e ogni volta che vedevo Patasgurzo abbarbicato lì sopra storcevo il naso. Poi stanotte la folgorazione, avevo ancora le zampe del divano che si era sfondato e ora se ne troneggia in salotto sdraiato sulla pancia, come una grande balena bianca. Un vero peccato perché quelle zampe erano il motivo principale per cui avevamo comprato il divano e le avevo anche ridipinte. Oggi doveva essere il mio giorno fortunato perché l’incastro era perfetto, e così il nuovo letto mi piace davvero tanto. Il fatto di essere senza pedata e testata lo rende facile da tener pulito e ora che due zampe sono dotate di rotelle è ancora più facile da spostare.

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Anche il comodino andava cambiato perché era un carellino blu su cui si depositavano tonnellate di polvere.
DaMaison du Monde ho trovato un bellissimo comodino, già bello decorato come lo avrei fatto io. Perfetto. E mentre mi avviavo a passo spedito verso la cassa non ho potuto non notare lui, un bellissimo tappeto di plastica. Sapete bene che ho un problema di dipendenza. Infatti non ho resistito e di tanto in tanto penso agli altri due che ho lasciato in negozio con le farfalle che mi svolazzano nella pancia.

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E così direi che la camera di Patasgurzo è abbastanza bonificata. La libreria che potrebbe essere un problema funge da testata del letto e il suo retro è chiuso da un pannello di legno foderato con carta da parati.

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Sono abbastanza soddisfatta, certo, dover passare l’aspirapolvere tutti i giorni mi rende un po’ meno felice, però mi sono comprata una nuova scopa a vapore. Verde.

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PATAFISICA

Sabato il gruppo famiglia ha rotto le righe e si è sparpagliato. Le fanciulle si sono fatte un giorno in città con NonnaFi, Patapà è andato a camminare in montagna con amici e io e Patasgurzo abbiamo presieduto il forte.

È stato bellissimo e il giorno dopo andavamo tutti più d’accordo. Decisamente dovremmo farlo più spesso.

Io e il mio giovane amico ci siamo concessi una pigra mattina e un post pranzo sul divano davanti alla tv, abbracciati stretti.

Il pomeriggio se n’è andato da un amico, ma è tornato presto perché voleva stare con me. Non so ancora cosa mi costerà questa storia, ma per adesso fingo di non pensarci.

Abbiamo deciso di andare a una mostra e ho visto che ne facevano una su Baj a Varese, e noi non siamo lontani.

Inutile dire che Baj mi piace molto, non fosse perché è colorato, usa un sacco di materiali diversi e spalanca il cuore all’immaginazione, ha scritto un libro che parla di Patafisica…uno di famiglia in fondo!

Poi l’avevo conosciuto quando avevo proprio l’età di Patasgurzo e con la scuola, speciale e illuminata, eravamo andati a trovarlo nel suo Atelier. Grandi vetrate e gentilezza è quello che più mi ricordo.

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Andarci con Patasgurzo e solo con lui mi è sembrato una bellissima coincidenza, uno di quei regali inaspettati che ogni tanto ti fa la vita.

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La mostra è piccolina, ma ben allestita, in uno spazio davvero affascinante che non conoscevo. I pezzi sono tra i più allegri e divertenti e mi è rimasta la voglia di tornarci con le bambine, c’è tempo fino Marzo.

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tavolo

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Nel frattempo abbiamo comprato il catalogo che è stato molto apprezzato.

catalogo

E così ho anche trovato una soluzione per almeno uno dei pomeriggi tristi e piovosi di questa settimana. Ho pescato a casaccio tra lane, stoffe, brillantini, passamanerie, bulloni, pompon, carte, facendo anche un giro in cucina e ho chiesto alle bambine di fare qualsiasi cosa fosse venuta loro in mente dopo aver sfogliato il catalogo.

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La cosa è durata per quasi due ore, cioè, ho preparato nel frattempo la pasta e fagioli!

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Che dire, il patafisico è andato alla grande!

La mostra si chiama: IL MONDO DELLE IDEE e si trova presso lo spazio LAVIT 

STAPPATA

Di Patasgurzo ho un vago ricordo. Il salotto giallo, il divano di legno che ora è il suo letto, fuori grigio umido. La molla che scattò non so quale fu, il ciuccio lo portava poco, ma ancora veniva messo tutti i giorni nell’armadietto dell’asilo. Però quel giorno abbiamo, sì insieme, deciso che era ora di liberare il ciuccio, che voi forse non lo sapete, ma non è altro che un pesciolino in fieri, che quando ha finito il suo lavoro con un bambino non vede l’ora di essere liberato nell’acqua e tornare a guizzare felice. Allora siamo usciti e abbiamo gettato il ciuccio nel lago, la fata che dorme sul fondo, lo ha subito ritrasformato e lui è nuotato via senza un rimpianto, senza voltarsi indietro. Anche Patasgurzo non ha avuto un attimo di rimpianto, non si è voltato indietro, e ha potuto scegliersi il regalo che preferiva. Non ricordo quale fosse, ma ricordo che fu una cosa piccola e sorprendentemente economica. Mi era andata bene.
Di Patasgnaffa ricordo di più, e non solo perché è successo qualche anno dopo. Fu un filino più drammatico, più ricco di pathos diciamo. Cose che aiutano la memoria.
Era un giorno ancora più grigio e sicuramente più freddo. Anche lei era già alla materna, anche lei metteva il ciuccio nell’armadietto. Verso le due del pomeriggio il telefono squilla e mi dicono che Patasgnaffa è caduta, ha sbattuto contro un calorifero del corridoio (sì, con il paracalorifero) e ha perso uno dei due incisivi.
Ora, alzatevi in piedi ed applaudite la maestra che ha preso il dente, lo ha lavato e rinfilato nella gengiva della fanciulla. Sono passati cinque anni e credo stia tremando ancora, ma è la cosa giusta da fare. Sappiatelo. Un dente tempestivamente rinfilato ha buone possibilità di riprendersi. Se non siete così coraggiose potete conservare il dentino in soluzione fisiologica o nel latte e correre dal più vicino dentista. Cosa che comunque ho fatto io, e così Patagnoma ha vinto una specie di apparecchio che teneva il dente rinfilato lì dove doveva stare per favorirne il rinsaldamento e ha perso il ciuccio, che in quel momento comportava più rischi che benefici. Un pesce nuovo ha nuotato sul fondo del lago e un’orrenda bambola parlante, probabilmente indemoniata, è venuta a vivere con noi.
Patagnoma invece è andata al mare con le nonne, che hanno perso all’autogrill il suo unico ciuccio. Non so se sia vero ma non lo ha più chiesto per tutta la settimana. Considerando che mai mamma mi tolse il ciuccio disegnadoci sopra dei vermi che ancora mi sogno di notte, ho qualche dubbio, ma cercare il pelo nell’uovo non è mia intenzione. Mi è tornata una bambina abbronzata e stappata e tanto mi basta.
Certo a me il ciuccio lo ha chiesto insistentemente le prime sere per dormire, ma complice un nuovo Lego anche questa volta l’abbiamo sfangata.
Ho solo avuto un improvviso lampo di coscienza ecologica e ho deciso che gettare un ciuccio nel lago non fosse poi una bella cosa. E così la fata del lago ha dovuto muovere le sue umide chiappe per venire a ritirare il ciuccio a domicilio, al calar delle tenebre. Bella gioia, si sa che le mamme al terzo giro diventano incredibilmente pigre!

#PORNANO

I fari sono tutti accesi, puntati sul campo che è di un chiarore quasi abbagliante.
Sulle tribune i pochi spettatori si riparano sotto morbide coperte e se ne stanno abbandonati, quasi fossero su un divano, un occhio al campo e uno al grande schermo.
A bordo campo c’è tutto un tramestio di gente che va e che viene e butta distratte occhiate.
Il numero sette parte all’attacco, vede la palla, vede un varco e vede la porta.
E’ un attimo, scarta l’avversario, ma qualcosa non va, forse il campo scivoloso, forse una distrazione e la palla scappa via. Forse viene colpito l’avversario che indifferente prosegue la sua corsa.
Il numero sette è a terra, nell’indifferenza di tutti. Si alza, la partita viene sospesa, viene applicato del ghiaccio ed è ormai ora di cena. Tutto viene dimenticato.
Ma la mattina dopo il piede è un po’ gonfio, il mister distratto si mette il rossetto e dice che ci si penserà nel pomeriggio.
La sacra arte del pallone di gommapiuma giocata in salotto ha mietuto una nuova vittima, il piede è rotto.
E che palle, il braccio a giugno e non era la prima volta. Ma forse è l’inverno a portare sfortuna….chissà.

WHATSAPPANDO SI IMPARA

Prima di Natale io e Patapà ci siamo arrovellati a lungo sul regalo da fare a Patasgurzo. Lui come tutti gli anni aveva chiesto la Play Station, ma avendo già la Wii non se ne parlava nemmeno. Questa volta ha chiesto anche un cellulare.
All’inizio gli avevamo risposto picche, ma poi si è fulminato il suo Ipod. Si è appropriato di quello di Patasgnaffa, ma evidentemente non era la soluzione migliore. Patapà si è offerto di passargli il suo, il mio è ormai quello di Patasgnaffa, ma ricerche accurate, in ogni angolo della casa, in ogni anfratto della macchina, non l’ hanno scovato e così  abbiamo dovuto darlo ufficialmente per disperso. Sono sicura che salterà fuori a breve, tanto ormai non è più fondamentale.
Comprare un altro Ipod a questo punto sembrava una follia, e così abbiamo iniziato a rimbalzare come palline di flipper tra tablet e telefonino. Un giorno uno ci sembrava la soluzione più logica, il giorno dopo era la rappresentazione del male.
Ormai il Natale era agli sgoccioli e ancora nel sonno si alternavano tablet, smartphone e telefonini. Bei sogni vero?
Avevo già un tablet nel carrello quando è saltato fuori che un gruppetto di amici di Patasgurzo si vedeva più spesso perché si mettevano d’accordo su Whatsapp.
In effetti in un epoca in cui il telefono di casa squilla solo per ricevere offerte improbabili di sconosciute compagnie telefoniche, noi mamme siamo diventate le segretarie dei nostri figli. E visto che già sono autista e lo sarò ancora per molti anni, ho avuto la visione di me sgravata da almeno una mansione. Quindi in extremis ha vinto lo smartphone. Con blocco del 3G e parental control d’ordinanza. Con l’ obbligo di lasciarcelo controllare e di conoscere la password. Con la certezza che ancora non fosse necessario.
La mattina di Natale ho deciso di leggergli le 18 regole per l’utilizzo dell’iphone scritte per un figlio tredicenne che da un anno circolavano in rete.
Ne condivido ogni singolo punto, ma ho deciso di non leggergli quello inerente il fotografarsi le parti intime, perché mi sembrava non fosse ancora necessario.
Gli ho letto invece quello sul divieto di cercare contenuti porno…peccato che poi ho dovuto spiegargli  cosa fosse! Accidenti a me.
Lui subito si è copiato dalla mia rubrica i numeri che potevano essergli utili, e pieno d’orgoglio ha mandato messaggi con il suo nuovo numero.
Pian piano ha recuperato quelli di alcuni suoi compagni, si è scaricato Whatsapp e ha iniziato a divertirsi.
Ha mandato messaggi anche a me che ero nella stessa stanza. Anche quelli vocali, di cui ancora non capisco l’utilità.
Per alcuni giorni l’ho lasciato fare, poi una sera ho controllato. E mi sono cadute le braccia.
Messaggi sgrammaticati, troncati, senza senso e in numero esorbitante. Whatsapp in mano a un preadolescente è la cassa di risonanza della stupidera.
E così ho deciso di fargli un discorsetto…. poi ho cambiato idea, ho deciso di whatsapparlgielo….chissà mai che gli rimanga più impresso.

Vademecum da chat:

1) rileggi sempre ciò che scrivi, un errore può sempre scappare, ma deve essere l’eccezione, non la regola.
2) non scrivere troppe cretinate e abbrevia il meno possibile. Come devi saper parlare così devi saper scrivere, anche in chat.
Pure questo fa parte di come appari, e devi apparire intelligente, perché lo sei.
3) un messaggio idiota può anche far ridere, cinque non fanno ridere più nessuno. Neanche il più scemotto dei tuoi amici.
4) sii educato e rispetta lo spazio altrui, anche quello virtuale. Sii educato e rispetta chi è più grande di te; il fatto che whatsappiate insieme non lo fa diventare un tuo pari. E comunque anche i pari vanno rispettati.
Sicuramente mi verranno in mente altre regole da rompipalle, ma fidati, sono importanti. Imparale
Ti amo tanto :-*

5) tre emoticon al massimo sono quanto un messaggio può sopportare

Da qui in poi si accettano contributi, che io Whatsapp l’ho scaricato il 20 di Dicembre per non essere del tutto impreparata!

UNDICI

Ecco, sono undici. Cioè abbiamo superato la decina.

Son traguardi importanti. Sono passati dieci anni, e un po’ mi sembra ieri che eri morbido burro biondo tra le mie braccia e un po’ mi sembra che una vita senza di te sia solo un ricordo lontano, magari di qualcun’altra, di una bimba bionda con le gambe che almeno si doravano un po’ e i capelli che si scolorivano nel mare.
È giunto il momento di regalarti lo stereo, di lasciarti festeggiare solo in pizzeria, con gli amici, la sera.
È giunto il momento di far la coda al Libraccio per prenderti i libri di scuola. Per un momento ho pensato pure fosse giunto il momento di comprarti la Smemoranda, ma forse è giunto il momento che il diario te lo scelga da solo.
È giunto il momento di iniziare a guardare le tue spalle magre e un pochino ossute, che allontanandosi a tratti da me cominciano ad andarsene in giro da sole.
È forse il momento più difficile per me, più difficile di quando mi svegliavi dieci volte per notte. Disgraziato.
Ma per fortuna mi ti butti ancora addosso, con le braccia che sempre più lunghe inizi a non sapere più dove mettere.
E anche se il più delle volte grido perché mi fai male tu continua amore mio. Almeno per i prossimi undici anni. Poi, forse, possiamo ritrattare. Forse.
Auguri cucciolo.