VILLA TOEPLITZ E IL MUSEO CASTIGLIONI

Sarà un post un pochino balengo, vogliate perdonarmi, ma sono un filo sconvolta. E lo so che sto usando una parola un tot sovrastimata per la situazione, ma ormai le foto sono diventate parte della mia vita, e forse proprio per questo devo imparare a gestirne la perdita. Cosa è successo? Niente di grave, e guardando questo post pieno di immagini penserete che sono pazza, ma scaricate sul computer, alcune foto, le più belle ovviamente, perché altrimenti non ci sarebbe alcun divertimento, si sono volatilizzate, disperse, puf, nel tempo di recuperare i bambini a scuola, che la prossima volta li lascio lì.

Ora ovviamente, ricevuta una mazzata più grande poiché la vita ti rimette in carreggiata veloce (anche qui niente di grave, solo un grande giramento di palle, perché altri termini non ci sono), asciugate le lacrime, sì, ho pianto, ma sono in piena sindrome pre mestruale, vostro onore, ho le attenuanti, sono pronta per cominciare….anche se voi probabilmente siete già andati a guardarvi una nuova puntata di qualcosa su Netflix (aiuto!!!!).

Dunque, settimana scorsa, mi sono presa Patasgnaffa, che è in un periodo un pochino gnecco ( loffio, schfio, moscio, tristanzuolo) e le ho fatto bigiare scuola, tanto c’era assemblea sindacale e avrebbe avuto solo due ore. Che poi qualcuno dovrebbe spiegarmi perché le assemblee sindacali le devono mettere nei giorni in cui i bambini hanno solo la mattina cosicché tu li porti alle 10,30 e te li ripigli alle 12,30. È una palese istigazione all’assenteismo.

La meta della nostra fuga era un pellegrinaggio alle mie vecchie scuole. Siamo andate alle elementari, che ho fatto, incredibile ma vero dalle suore. Ora non ci sono più bambini, l’edificio è diventato un ospizio per vecchie velate.

Ci siamo avvicinate al cancello, ho guardato il cortile e l’edificio, bellissimo e ridipinto di nuovo. La loggetta dove giocavamo ai quattro cantoni, che allora mi sembrava grandissima, ma che in due passi la attraverseresti tutta. Una vecchia suora ci ha guardato sospettosa, con un secchio della pattumiera in mano. L’aria della mattina era ancora fresca, e il cielo di un blu quasi eccitante. Le ho spiegato il motivo del nostro sbirciare, lei ci ha sorriso gentilmente, si è girata ed è sparita…eh no SSSSSuora (chi ha frequentato le suore sa che si dice così) , non si fa. Cortesia e carità cristiana, avrebbero previsto un invito ad entrare!

Per fortuna, la tappa successiva era più accessibile, perché le medie ho avuto la fortuna sfacciata di farle in una villa dentro un parco pubblico: la Villa Toeplitz a Varese.

All’epoca c’era una sezione distaccata di una media del centro che conduceva una sperimentazione. Facevamo il tempo pieno, più attività fisica, arte e musica. Se era bello facevamo lezione tra gli alberi del parco. Studiavamo come dei matti, ma ci divertivamo e ognuno di noi era considerato come una persona speciale.

entrata

Varcare quel cancello, ogni volta riesce ad emozionarmi per la bellezza di quello che vedo, per il languore dei ricordi che porta con sé e nello stesso tempo riesce a farmi strizzare lo stomaco come se alla fine del sentiero mi attendesse il compito di matematica o il giro del parco di corsa. Perché avere tredici anni è bellissimo, ma ogni tanto è una gran scocciatura.

corsa

Il Parco, un capolavoro di giardino all’italiana potrebbe essere un piccolo paradiso. Rare volte l’ho visto vestito a festa, con i prati perfettamente verdi, le aiuole piene di fiori, le siepi allineate, le vasche, un tempo azzurre, con le cascatelle che rimbalzavano cantando.

salto

Più spesso è come l’ho visto ora, un pochino spettinato, con la barba non troppo lunga, ma diciamo da rifare. Gli abiti vecchi, rattoppati alla meglio. Che cammina con una certa dignità, ma si vede che fa fatica a tenersi pulito, che è ormai stanco. Un Conte diventato barbone, che fa quello che può.

terme

Patasgnaffa era felicissima, correva su per le scalinate, saltellando da una parte all’altra, come facevo io da piccola. Si perdeva nei labirinti (non sono labirinti ma li ho sempre chiamati così….e mannaggia lì le ho fatto una foto perfetta nonostante la mia macchina fotografica non metta più a fuoco neanche se chiedo per favore) e chissà se come me sognava di essere la regina del castello.

villa

Io intanto mi aggiravo inebriata dal profumo di bosso, che mi riportava a tutte quelle mattine con la cartella in spalla, con la pioggia e con il sole, con la neve e con la nebbia. Con la nebbia era proprio il profumo del bosso che ti portava fino alla scuola perché  con gli occhi non saresti arrivato da nessuna parte…e l’unica speranza era che la nebbia si fosse mangiata anche la scuola…non succedeva mai.

cachi

Dopo aver danzato in una piscina piena solo di foglie secche ( altra foto mancante ) abbiamo provato ad entrare a scuola che ora è un Università, ma anche lì ci hanno rimbalzato, cosa bizzarra perché pensavo che l’Università fosse un edificio pubblico.

bocce

Allora ci siamo incamminate sotto gli alberi che cambiavano colore verso l’edificio dove un tempo c’era il nostro laboratorio d’arte perché avevo letto che ora era un museo, e visto che c’eravamo tanto valeva entrare…

museocastiglioni

Ed è stata la cosa migliore che abbiamo fatto quella mattina.

Si tratta del MUSEO CASTIGLIONI, che mette insieme i ritrovamenti e le scoperte che due fratelli, i Castiglioni appunto, hanno fatto nel corso di una vita avventurosa in Africa.

macchinevolanti

C’è la sezione che ci porta nelle miniere d’oro nella Nubia Sudanese, dove veniva estratto l’oro che arricchiva i faraoni, C’è una meravigliosa raccolta di graffiti preistorici, con degli animali bellissimi, c’è la riproduzione di una tomba, con la porticina piccola piccola per entrarci dentro. Salendo le scale ci si avvicina ai giorni nostri e c’è la riproduzione di una tenda tuareg, e rappresentazioni e testimonianze delle popolazioni africane che appartengono al gruppo etnico del Nilo dei Camiti.

pashed

Il museo è piccolo, ma ben curato e ricco di cose. Affascinante e pieno di riproduzioni cattura facilmente l’attenzione dei più piccoli, che tra l’altro sono quelli che normalmente a scuola stanno facendo, o stanno per fare quel periodo storico.

Abbiamo avuto ben due guide che ci hanno accompagnato nel percorso, Patasgnaffa è stata attenta, ha fatto domande, ha notato particolari, si è divertita e a tratti un pochino impressionata.

Ma quell’impressione sana, che stimola l’interesse, e fa nascere nuova conoscenza.

È stato un incontro del tutto inaspettato quello con il museo, ma è stato il perfetto coronamento di una bellissima mattina, fragrante di azzurro, di foglie secche , di colori vibranti, di bacini sul naso.

gioia

Consiglio a tutti di farci un giro. Prendetevi una domenica anche voi milanesi, organizzateci una gita voi maestre, perché patataparola, ne vale la pena.

I SOGNI SON DESIDERI

Cenerentola per me è stata la prima. La prima principessa, e in assoluto il primo film che io abbia visto al cinema. Non state a fare calcoli strani, sono vecchia, ma non così tanto. E’ che una volta mica macinavano film Disney un tanto al chilo, se li dovevano disegnare a mano e il suo tempo ci voleva. E così rimandavano i vecchi film al cinema, e crescendo, ogni anno, scoprivi comunque un cartone nuovo.

E Cenerentola per me è stato il primo. Ed è stato amore. Assoluto. L’ho visto con la mamma, poi con il papà , poi con i nonni, poi con la mamma e poi se ne è perso il conto. Anche perché una volta era la meraviglia. Ti sedevi a guardare il film, e se non volevi uscire dal cinema non ci uscivi, punto.  E io ero una bambina di tre anni molto testarda.

Era amore così grande che sono arrivati anche gli spezzoni in casa, che guardavamo con il proiettore in super8.

E così quando a novembre ho visto il trailer mi sono emozionata, perché si sa che il primo amore non si scorda mai.

Vederlo adulto e in carne ossa, ad anni di distanza può anche far paura, ma il nervosismo lo si combatte anche a colpi di tulle e scarpe argentate.

E così oggi l’ho rivisto, il mio amore fattosi grande. Ed è stato bellissimo.

Perché è rimasto uguale a se stesso, semplice, con una trama che è solo un’unica storia, quella nota, senza fronzoli o sottotesti, che lo avrebbero, forse maturato, ma anche appesantito.

E Cenerentola è solo una bella fiaba, con cattivi cattivi, ma non cattivissimi, con amori puri, anche se fondati su un solo sguardo. È la storia dove bontà e gentilezza prevalgono sulla cattiveria, che suona un po’ stucchevole, perché lo è. Perché di eccesso di zuccheri tutti ogni tanto abbiamo bisogno.

Abbiamo bisogno di eccesso di colori, di occhi blu che paiono finti, di campi di fiori di cui senti l’odore. Di una casa di campagna dove vorresti passare ogni istante della tua vita, con il grande tavolo lucido della cucina e i rami che gentili si arrampicano sulle pareti doro. Di un cavallo da cavalcare a pelo con i capelli arruffati più della sua criniera, di un palazzo che a guardarlo non ti ci sta negli occhi. Di oche che ti salutano dalla finestra, di padri troppo buoni, di matrigne infelicemente cattive. Di fate smemorante che alla fine non si scordano di te e soprattutto di tanti tantissimi strati di tulle.

E di un tempo che è così elastico che 12 rintocchi durano venti minuti, di una fanciulla che pur nella fretta non smarrisce la strada (io sarei ancora persa nel giardino all’italiana, costretta a mangiare avanzi di zucca con topini che mi rosicchiano i piedi) per portare la storia un po’ più lontano.

Abbiamo bisogno di credere nell’amore vero, nel coraggio e nella gentilezza, abbiamo bisogno di guardare film leggeri e magici, fatti della stessa sostanza dei sogni. Perche i sogni son desideri, Di felicità. Nel sonno non hai pensieri, ti esprimi con sincerità. Se sogni e credi fermamente, dimentichi il presente. E il sogno realtà diverrà.

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AGGETTIVAMENTE BLOGGER

In questo mese ho letto almeno due post in cui blogger di professione raccontavano come fosse il loro lavoro. Non che dubitassi del fatto che fosse un lavoro a tempo pieno, ma è comunque stato istruttivo. Perché è evidente che io non sono una blogger, e il fatto che non guadagni una mazza non è assolutamente il dato più rilevante.
Non faccio la blogger per lavoro, diciamo però che “blogger” mi definisce come aggettivo. Tipo: sono bionda, impaziente, permalosa e blogger.
Perché ho un blog, e questo è lapalissiano.

Perché quando mi alzo la mattina controllo subito i social, come i fumatori che si fanno la prima sigaretta ancora sotto le lenzuola

Perché perseguito la mia famiglia raccontandone i fatti privati e puntandole addosso un obbiettivo ogni due per tre.

Perché punto l’obbiettivo verso ogni cosa che mi piace, instancabilmente, e da qui traggo altra ispirazione.

Perché amo i dettagli, vi sommergo le mura domestiche e mi soffermo a sognare su quelli che gli altri seminano nel mondo.

Perché guardo una casa da fuori e finisco per immaginarla dentro. Perché arredo anche le chiese che visito e metterei mani in ogni luogo in cui entro. Anche nei baracchini sulla spiaggia per esempio.
E a proposito di spiaggia, sono pienamente felice soprattutto se c’è wi-fi (che roba brutta eh?).

Perché anche facendo la spesa compro solo cose belle (non è vero! purtroppo), e fotografo la tavola dopo averla apparecchiata.

Perché compro lana colorata e sono felice.

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Perché scelgo stoffe così belle che talvolta non oso usarle.

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Perché la casa si popola di strane creature.

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Perché un rotolo della carta igienica in fondo è qualcosa di più.

Perché un tavolo non sempre è solo un tavolo.

Perché la colla e le caramelle possono anche andare d’accordo.

Perché tra i miei migliori amici ci sono il pennello e la carta vetrata, e raramente un mobile resta com’era.

Perché mi incanto davanti alla carta e con lei ricoprirei tutto, anche mia mamma (attenta!).

Perché spostare i mobili mi dà la carica…così tanto che sposto anche le stanze.

Perché dei piccoli rotoli di scotch mi fanno sorridere.

Perché per un compleanno ci metto più tempo a preparare la festa che a viverla davvero, ma penso anche sia questo il bello (non solo eh?).

Perché anche la Barbie ha i mobili dell’Ikea.

Perché ogni tanto qui sembra di essere su un set fotografico.

Perché cerco di fare tutto, anche se non sono capace, come ricamare.

Perché carnevale piace più a me che ai miei figli.

Perché amo sfogliare le riviste belle.

Perché mi perdo tra le stanze di Pinterst.

Perché porto scarpe che possono essere definite con un hastag e spesso me le fotografo.

Perché ho più di due pezzi Bräkig in casa.

Perché ho molti vestiti a righe.

Perché ho scritto questo papiropost e non ho dovuto fare neanche una foto, mi è bastato saccheggiare il mio profilo Instagram (seguimi, o tutti i tuoi scatti verranno sottoesposti!)

Perché sento il bisogno di condividere il bello di cui mi circondo, il bello che mi capita, ma anche i momenti più difficili, perché mi dà conforto.

Soprattutto questo, questo desiderio di condividere, di scrivere, che se avessi una tastiera collegata nel cervello scriverei molti più post.

Quindi sono bionda, impaziente, permalosa e blogger.

Se anche tu potresti scrivere sulla tua carta di identità “blogger” se non sotto la voce professione, in una voce sospesa tra l’altezza e il colore degli occhi, magari potresti anche aggiungerci CF style…guarda un po’ qui!

LA NEVICATA DELL’85

Andavo alle medie, come fa Patasgurzo adesso.

Una scuola un po’ magica, di quelle che adesso non si trovano più. Sperimentali, si chiamavano, e noi eravamo cavie felici.
Io ero tra i pochi fortunati ad abitarci vicino, i miei compagni, la maggior parte, arrivavano dal centro della città, su un pullman arancione. Quante volte l’ho rincorso affannata perché ero in ritardo? probabilmente innumerevoli.
Altre volte ero più brava e riuscivo ad arrivare al grande cancello marrone a un passo di marcia più accettabile. Ma il grande cancello marrone era solo metà strada. La scuola era in mattoni rossi, con una torretta, e riposava placida al centro di un giardino all’italiana. Con cascatelle, labirinti in bosso e una grotta finta.
Ho una buona memoria, ma non ricordo da quanto nevicasse, immagino da un po’, però chiudere le scuole era meno di moda.
La mattina di neve ce n’era già tanta, anche se in quegli anni non era così strano. Lo spazzaneve oltre il cancello non entrava e per guadagnare la scuola avevi bisogno dell’attrezzatura da neve, che all’epoca voleva dire tre paia di calzettoni e stivali di gomma.
Sotto una luce bianca e un silenzio ovattato la scuola si è riempita come sempre, il pullman arancione era arrivato.
Non mi ricordo se abbiamo fatto lezione, probabilmente sì anche se penso fosse impossibile non stare con gli occhi fuori dalla finestra a vedere quella lenta e inesorabile cascata lieve.
Alla fine della giornata, una di quelle lunghe, erano ormai le quattro del pomeriggio, però il pullman arancione a risalire su dalla città fino alla scuola proprio non ce l’ha fatta più.
Non c’erano ancora i cellulari, tuttavia nessun ragazzo è rimasto nella neve, a pensarci adesso sembra quasi improbabile. Ma alla spicciolata i genitori si sono organizzati per il recupero dei loro figli. Nel frattempo però la scuola aveva chiuso, e chi non era ancora andato a scuola è venuto a casa con me.
La nevicata dell’ 85 non la ricordo per la quantità di neve, ma per il playdate più affollato di sempre!

QUEL GESTO…

Fuori è ormai buio, i sedili sono in pelle marrone, le ruote girano veloci, la strada è scura e le cime degli alberi sembrano perdersi nel cielo nero. Sono sdraiata, la giacca a farmi da cuscino, un occhio al finestrino e uno al mondo dei sogni. Conto le curve che mi porteranno a casa, ma non ci azzecco mai.

La mano della mamma si allunga tra i due sedili davanti e lentamente mi accarezza una gamba.
Il sole è alto nel cielo, gli oleandri scandiscono i chilometri dell’autostrada, una striscia infinita di asfalto che si scioglie in inesistenti pozze d’acqua. I capelli sono ancora bagnati dall’ultimo bagno e ondeggiano a un ritmo dettato dai deflettori. Sui sedili il telo da mare ancora umido e addosso nient’altro oltre a un costume da bagno. La mano della mamma raggiungere le gambe dorate dal sole, una breve carezza e un sorriso intuito.
È inverno, la macchina di un colore improbabile si fa strada in una nebbia insondabile, piano, a tentoni. L’atmosfera fuori rarefatta dentro l’abitacolo si fa più tesa. Ma la mano della mamma attraverso le calze di lana, mi fa sentire che tutto andrà bene.
Un semplice gesto che ha scandito infiniti viaggi verso est, brevi tragitti, quasi tutta la mia vita, perché ancora adesso la mano della mamma mi raggiunge quelle volte che sono dietro, intrappolata tra le sei gambe che ho messo al mondo.
Lo stesso gesto che ripeto a mia volta, per calmare, confortare, stringere brevi alleanze, mostrare comprensione, mandare sia baci che ammonizioni. Solo una mano, ma con gli occhi e il cuore dentro.
Un gesto forse universale perché più di una volta l’ho visto in un film, e ogni volta mi sono commossa.
Non so perché ma mi sembra raccolga tutto l’amore del mondo, anche più di un abbraccio.
Un gesto che ho appena compiuto, perché siamo in macchina.
Noi andiamo al mare, ciao.

NON TI SCORDAR DI ME

L’altro giorno un’ amica mi ha chiesto se pensassi mai a te.
E’ stata la prima in nove anni. La prima che mi abbia chiesto come sono stati i giorni successivi, se me li ricordassi.
Certo che me li ricordo, certo che penso a te, non tutti i giorni, ma spesso. E da un po’ riesco a farlo anche con un sorriso.
Di quei giorni ricordo il grigio, il grigio dentro, il grigio del cielo e il grigio dei marciapiedi.
Gli sguardi sfuggenti e preoccupati di chi sapeva, che via via si sono persi e non sono mai più tornati a chiedermi di te.
Te che dovevi essere Patapulce a questo punto, che il suffisso pata allora ancora aveva graziato la nostra famiglia. Il fratello di Patasgurzo, quello con cui avrebbe giocato a pallone e che non gli avrebbe riempito la casa di rosa e glitter. Quello lo avrei fatto comunque io, che Patasgurzo e Patapà si rassegnino. Te che hai deciso che in questo mondo non volevi venire, sicuramente perché avevi opzioni migliori. Non sei stato l’unico, ma l’unico che ci abbia illuso così tanto, l’unico che mi abbia costretta non solo a perderti, ma anche a partorirti.
Quindi a te penso di più, non me ne vogliano gli altri. Perdere un figlio è un’esperienza sempre devastante, ovvio che se il figlio è venuto al mondo lo è di più. Nessuno potrebbe mai negarlo.
A queste madri viene concesso il lutto e donata una dannazione eterna che non oso neanche immaginare. Alle madri che perdono un figlio, prima della sua nascita, questo non viene concesso. Si dimentica presto chi non si è mai visto. Ma una mamma che perde un figlio, anche se custodito intimamente per poco non può dimenticare. Perché non solo ha perso un figlio, perché lei così lo sente da subito, ma ha perso un figlio perfetto. Un figlio ideale, che non ti fa passare neanche una notte in bianco, che non fa capricci, che è sicuramente bellissimo, di una simpatia esplosiva e di un’ intelligenza che tu proprio te la sogni. Sogni. Ecco cosa predi, il figlio dei tuoi sogni, a un pezzo di strada della sua alba. Tu lo perdi e il mondo se lo dimentica.
E forse va bene così, forse è anche quello che ti fa andare avanti, che ti aiuta a far tornare normale la tua vita, a regolare il tuo respiro e ritmare nuovamente a sincrono i battiti del tuo cuore.
Poi ci sono gli altri tuoi figli, perché sei stata dannatamente fortunata ad averne di così simili a quello dei tuoi sogni, ma quello non ve lo sto neanche a dire.
Però è stato bello che qualcuno si ricordasse di te, e proprio in questi giorni, in cui, nove anni fa avresti dovuto infrangere allegramente l’immagine del bimbo ideale, per diventare un normalissimo, bellissimo, rompiscatolissimo Patasgnaffo. Perché, che ti piaccia o no, questo sei, della nostra famiglia farai comunque parte.
In qualche modo sei venuto al mondo in un freddo Aprile, ti porto sempre qui, all’interno del mio polso. Un nontiscordardime, scelto per il suo colore, che sarebbe stato quello di tuoi occhi, scelto per il suo nome. Solo l’anno successivo avrei realizzato che è proprio in Aprile che questi piccoli fiori invadono pervicacemente il mondo, colorando prati, ma spuntando anche dove non ti aspetteresti. E così tutti gli anni tu vieni al mondo. E non mi sembra decisamente poco.
Grazie Jill.

AI CONFINI DELLA REALTÀ: 10.1 BURDA

Io non sono mai riuscita a vedere un film dell’orrore vero e proprio.  E se considerate che ho ancora gli incubi per Twin Peaks, forse potete anche immaginare il perché.
Ma covo da sempre, anche se non si direbbe, un’anima gotica e sono cresciuta a pane e Poe, acqua e Walpole, salame e vampiri.

Il mistero è ciò che guida ancora le mie letture, prevalentemente gialle, e mi incolla a uno schermo.
Da ragazzina impazzivo per “ai confini della realtà”. Mi sono vista tutta la nuova serie, e poi anche la prima, quella ancora in bianco e nero, molto più inquietante.
La cosa che affascinava era che scenari apparentemente assurdi venissero inseriti in contesti incredibilmente banali e possibili.
Pur credendo a cose come le fate, ho sempre però pensato che queste storie fossero frutto di abili sceneggiatori.
Invece mi sbagliavo. Di brutto.

La prova provata la trovate su Burda di Marzo. Se andate a pagina 92 c’è una tipa che mi assomiglia così tanto che sono proprio io.
Io che ho due macchine da cucire rotte probabilmente perché le uso male, io che faccio cuciture deperibili, con date di scadenza ravvicinate, io che taglio storto, cucio sghembo e se mi parlate di precisione faccio addirittura fatica a capire il termine.
La regia di questo imperdibile episodio è di Gaia aka Vendetta Uncinetta (a proposito avete visto che bello il nuovo sito?), la cui vena dark è un filino più percepibile della mia.

POLVERE SOTTO IL TAPPETO

Ottobre è finito, e devo dire che non posso che esserne felice. E’ stato un mese orribile perché sono stata molto male.

Non ho intenzione di ammorbarvi con particolari e dettagli, anche se come una vecchia in ciabatte che rincorre il postino per avere nuove orecchie che la ascoltino, sarei molto tentata. Chissà perché gli avvenimenti dolorosi ci sembrano mille volte più interessanti da narrare di quelli felici. Chissà perché le mamme si soffermano sui dettagli raccapriccianti di un parto, e meno sulle capriole che fa il cuore al suo primo sorriso.

Vi dirò che ho passato momenti bui, freddi e duri, attanagliata da un dolore che reclamava tutto per se.
Gli attimi in cui la mente riusciva a fuggire erano pochi, pochissimi, ma sapete dove andava?

All’Ikea a comprare un tappeto. Eh sì, uno grande grande, possibilmente bianco e nero. Perché anche se quando qualcuno di molto autorevole, già molto tempo, fa mi aveva detto che il nero sarebbe stato il nuovo bianco, io avevo pensato che mai, io mai, avrei potuto cedere all’assenza di colori.

Però nella vita ho imparato che la cosa più stupida da fare è dire mai, e comunque ieri ho fatto una risonanza magnetica alla testa per cercare di spiegare questa strana pulsione.
E così settimana scorsa, nonostante sarebbe stato più saggio me ne restassi tranquilla a casa, proprio non ho resistito e all’Ikea ci sono andata lo stesso. Pare si chiami TRS (terapia di recupero svedese), e mi sono comprata un grande tappeto bianco e nero.

A quel punto ho dovuto comprare anche delle tende bianche e nere, perché se no lui si sarebbe sentito drammaticamente solo. E non voglio vedere musi lunghi in casa mia!
Certo, le tende bianco e nere sono rimaste ben poco, ma almeno ci ho provato. Non è colpa mia, è che sono state subdolamente attaccate da pennarelli e pezzi di stoffa mentre ero distratta.

Oggi Patagnoma, al posto di mettere via un puzzle lo ha infilato pezzo per pezzo sotto al tappeto, come faccio io per le pulizie al volo. Sì, faccio anche certe nefandezze.
La stessa cosa voglio fare di questi miei tristi giorni di ottobre, li voglio coprire con un grande e bel tappeto nuovo. in modo da camminarci e ballarci sopra nei mesi successivi, tanto da ridurli in minuscoli granelli di polvere che dispersi nell’aria voleranno via.
Ecco.