HA LA BARBA E VIEN DALLA SPAGNA

Da quando abitiamo sul lago il nostro panorama culturale si è notevolmente allargato, e abbiamo imparato a conoscere tradizioni e usanze di paesi diversi dal nostro.

Sì perché pur essendo a cinquanta chilometri da Milano, grazie al JRC (Centro di Ricerca della Commissione Europea), alla Malpensa e all’Augusta, il bacino del Lago Maggiore raccoglie numerosi expat che si portano dietro un pezzetto di casa.

Il periodo di massima confusione ovviamente lo si vive a Natale, che si sa ognuno lo vede a modo proprio. L’importante è festeggiare.

Quelli che cominciano prima di tutti sono gli Olandesi e i Belgi, che in effetti festeggiando l’arrivo di SinterKlass il 5/6  di dicembre si devono muovere con un certo anticipo.

Ora lo so che SinterKlass e Babbo Natale per i puristi non sono la stessa cosa, ma anche senza andare per il sottile, concedetemelo, sono cugini strettissimi. SinterKlass per noi poveri italiani altri non è che San Nicola. In versione nordica e natalizia è dotato di lunga barba bianca, porta una mitra rossa con una croce d’oro, un lungo mantello rosso e incede appoggiato a un bastone (c’era sicuramente nelle visioni di Lenny). Viaggia insieme ad aiutanti chiamati Zwarte Piet, vestiti come coloratissimi paggi e con la faccia decisamente nera. La faccia decisamente nera e la lunga barba bianca permettono a parenti, amici, vicini e familiari di camuffarsi quando giunge il fatidico giorno.

Viene dalla Spagna e giunge su un battello un po’ prima del giorno giusto….immagino per avere un controllo della situazione, per spuntare ben bene la lista dei buoni e dei cattivi. Diabolico.

E qui al lago siamo messi benissimo, perché far arrivare le barche non è mica un grosso problema. Così anche i bambini italiani si infiltrano allo sbarco di SinterKlass e rimediano biscotti e caramelle. E devo dire che è un bellissimo spettacolo.

sinterklass

Tutta questa manfrina per raccontarvi di SinterKlass? mah in realtà no. Per raccontarvi di un altro Babbo Natale.

Perché come lui fa ballare di gioia i bambini (non solo, ma non siate noiosi, neanche SinterKlass).

Perché anche lui ha la barba.

Perché anche lui viene dalla Spagna.

Perché se SinterKlass è carino come lui (alert! ogni giudizio estetico qui è stranamente sospeso, sto parlando di anima perché talvolta sono una persona seria…talvolta) allora si merita tutte le leggende che si porta dietro.

Perché se Babbo Natale è carino come lui, Mamma Natale è molto fortunata (dimenticate la parentesi precedente).

Perché è in edicola Topolino in cui Patasgnaffa intervista Alvaro Soler ♥.

AlvaroMaiaTopolino.jpg

(la confusione  finale tra SinterKlass e Babbo Natale è voluta…preferisco tenere i piedi in due scarpe…anche se i pignoli qui direbbero che una è più opportuno)

 

A VOLTE RITORNANO

Non parlo solo di me, lo so, me ne sono stata zitta per un po’, ogni tanto si ha bisogno di un profilo più basso, ma non vi prometto di continuare a mantenerlo….

Sto parlando di Enolago, la manifestazione vinicola (ma si dice poi così? i mosti si rivolteranno nelle botti) che Patapà aveva organizzato quasi casualmente l’anno scorso per un evento nel posto dove lavora. Nonostante una pioggia torrenziale, che sembrava quasi una maledizione, la cosa era piaciuta così tanto, che le richieste di riproporla, nel corso di un anno e mezzo non sono mancate, e così, eccoci di nuovo (lui in verità) in ballo con produttori, bicchieri e tasche per il vino.enolago2016Nulla di questo sarebbe stato possibile senza la follia di Deborah e della Prologo di Angera che ha tirato le fila di un’organizzazione che per me equivarrebbe a fare una partita a Tetris bendata.prologoenolagoCome al solito mi sono ritagliata la parte divertente del lavoro e ho riempito il tendone di pompon e bandierine…non so proprio come mi sia venuta in mente questa idea.tenutabelvedereenolagoI giorni della manifestazione li ho poi passati seduta alla cassa, anche questa una mossa piuttosto furba direi, non solo perché me ne sono stata seduta, ma perché ho avuto una costante e perfetta visuale del fluido divenire di chiacchiere e risate, di bicchieri svuotati con cura, perché pieni di fluidi preziosi, di bottiglie passate di mano in mano e di sorrisi scambiati.valleroncatienolagoA fianco, lo stand gastronomico non si è mai fermato, c’era sempre da mangiare per chi aveva fame, per chi doveva riprendersi un po’ da un’intensa degustazione…o da chi voleva degustare mangiando.enolagosottolaroccaSono stato giorni intensi, ma passati con allegra leggerezza, i bambini erano bradi in riva al lago, tranne Patasgurzo che il più del tempo lo ha passato a casa, si spera a studiare perché siamo arrivati alla terza media, no, cioè vogliamo parlarne? No vero? glissiamo….

Non potevo pensare di passare in modo migliore il mio compleanno, sì perché riduciamo tutto a un post egocentrico e diciamo che in fondo è stata tutta una grande festa per me, per avere in torno amici e famiglia, sotto il sole e con l’erba tra i piedi.

bdaygirl

 

Perfetto. (il vino dicono poi fosse buonissimo, io avevo mal di testa e non ho bevuto, recensioni più appropriate spero le scriva qualcun’altro!!!)

ESONDA

Il cielo è così spesso che ne puoi sentire il peso, gli occhi frugano le nuvole cercando di capire se sia sera o mattina. La pioggia non è fatta di gocce, ma è acqua che viene giù senza soluzione di continuità. Il rumore è assordante. È l’acqua che colpisce i sassi, che rimbalza e si mangia la strada. Che rimescola la terra e che scompiglia i prati. Che lucida le tegole, che si fionda contro i vetri. Che tamburella sulle auto, che si mescola alle pozzanghere. Che si infila nelle giacche, che gorgoglia nelle grondaie. Che ribolle dai tombini, che si insinua nelle crepe.
Poi il mattino ancora la luce fatica a entrare dalle finestre, distratta e con gli stivali di gomma apro la porta e la prima cosa che noto è il silenzio. Non piove più.
Il lago è cresciuto tanto ed è stranamente popolato. Di uccelli di ogni tipo, di oche anatre e cigni, che banchettano su quel che un prato sommerso inaspettatamente loro regala. Di bipedi, quasi tutti dietro un obbiettivo, in quasi religioso silenzio.
Ecco, soprattutto, quello che mi ha colpito il giorno dopo la grande pioggia è stato l’irreale silenzio, come se l’acqua avesse ricoperto davvero ogni cosa, come se fossimo diventati tutti dei lenti pesci colorati.
Stiamo andando avanti così a giorni alterni, uno sotto un muro d’acqua, il seguente con un sole che sembra primavera.

giorno di sole 1




giorno di sole 2

segnaletica fuorviante
…e domani piove ancora

 

CON I TAPPI SI PUÒ FARE….

Domani è un gran giorno, un giorno a cui Patapà si è preparato per mesi, per anni se vogliamo mettere in conto quelli passati a rincorrere una delle sue passioni, il vino.

No, non è un alcolista, è un somellier, anche se non mi risulta abbia mai sputato del vino, quanto meno del vino buono.
Sta volta ha deciso di buttarsi in una folle avventura come organizzare una fiera di vini. Che sarà domani a Ispra, alla mensa del CCR che poi è il posto dove lavora.
Lo so che questo post arriva tardi, ma sapete che sono sempre sul pezzo, ma domani dura tutto il giorno, un giorno di probabile pioggia, quindi non avrete molto da fare.

Venite per bere del buon vino certo, ma anche per ammirare i miei pompon. Perché Patapà mi ha lasciato curare l’allestimento e stranamente ho pensato a pompon e bandierine. Pompon di carta, come nella migliore tradizione, ma visto l’argomento io i pompon li ho fatti anche con i tappi di sughero.

Inizio a preoccuparmi, probabilmente sarei capace di fare pompon con qualsiasi cosa!
Se volete farli anche voi prendete dei turaccioli e allargate i buchi che già dovrebbero esserci sui tappi usati. Già perché ho scoperto che i cavatappi fanno buchi chirurgici che pic-indolor non è nulla a confronto. Quindi infilateci dentro uno stuzzicadente che infilzerete in una palla di polistirolo. Mettete però anche una goccia di colla a caldo se non volete che il vostro lavoro certosino duri meno del tempo che ci avete impiegato a farlo.
Certo se venite a vederli dal vero, capite meglio come sono fatti, vi aspetto a Enolago!

LA CACCIA AI VAMPIRI

Angleria era un pacifico borgo adagiato vicino a un lago su cui i cigni scivolavano lievi. Il sole brillava impunito nel cielo azzurro, i bambini facevano rimbalzare le risa tra i muri di pietra e i passi delle fanciulle sfioravano i ciottoli a passo di danza.
Un giorno un mercante di stoffe portò alla principessa Allegra un baule pieno di meravigliose stoffe dai colori cangianti e un vago profumo di spezie. Ma tra le preziose stoffe un piccolo ragno rosso aveva trovato un comodo rifugio.
Era piccolo, così piccolo che potevi ignorarlo, ma ben presto gli abitanti del piccolo borgo non poterono fare a meno di rimpiangere il giorno in cui aveva iniziato a mordere alcuni di loro.
Non tanto per il segno che lasciava, un piccolo ponfo, che in realtà erano due, minuscoli, ravvicinati e splendenti quasi come rubini. Chi veniva morso perdeva ogni ombra di allegria, di gentilezza e di magnanimità.
Un paese che prima quasi non conosceva conflitti, ben presto fu abitato, almeno per metà, da uomini, donne e bambini che non avevano alcuna pietà gli uni per gli altri.
Anche il sole che prima indefesso aveva svettato sui merli del castello, da tempo non si vedeva più e una fitta nebbia avvolgeva costantemente ogni cosa.

Nessuno sapeva come fare, la bontà a tratti quasi stolta degli abitanti ancora non segnati dal piccolo ospite, li rendeva incapaci di alcuna reazione. Fu così che l’uomo che era capo del convento, il grande e pio Fra Domenico decise di chiamare in aiuto un suo vecchio compagno di giochi, il famoso e temibile Van Helsing.
Appena giunto in paese l’impavido cacciatore di creature oscure, capì cosa era successo alla povera Angleria. Raccontò così al popolo spaurito e attonito che esisteva una creatura potentissima e malvagia, che era a capo di un grande esercito di succhiatori di sangue. Il suo nome era Dracula, ed era così potente che anche solo nominarlo poteva essere rischioso.
Il grande Dracula colonizzava paese dopo paese mandando in avanscoperta una goccia del suo sangue che prendeva la forma di un ragno, di un gioiello sfavillante o di una preziosa bottiglia di vino.

Quando il male diventava più forte del bene un portale si apriva e Dracula veniva a riscuotere il suo tributo di sangue. Per tentare di riportare il bene bisognava  trafiggere il cuore dei compagni trasformati in accoliti del signore oscuro con la spina di una rosa rossa.
E fu così che venne richiamato l’esercito del paese vicino, e fu così che venne armato il popolo intero, anche i più piccini e fu così che vennero colte tutte le rose della regione.
A tutti fu insegnato come maneggiare un’arma con la quale fa cadere il nemico per poi trafiggerlo con la fatale spina.
 
Innumerevoli furono le battaglie che videro caduti da ambo le parti, ma il male continuava imperterrita la sua cupa avanzata.

 

Tra il popolo c’era anche una fanciulla di incomparabile bellezza e incredibile bontà. Era anche dotata di grande coraggio e di una vivace curiosità. Nella nebbia brillava ancora l’oro dei suoi capelli e il blu dei suoi occhi ricordava a tutti il colore che il cielo aveva un tempo.
Lei si allenava duramente e in battaglia era la prima a lanciarsi verso il nemico


Vista la sua incontenibile curiosità e la sua insolita furbizia, cominciò ad avvicinarsi ai nemici per scrutarne i modi e cogliere punti deboli da utilizzare in battaglia. Ma con il passare delle lune una strana e subdola forma di attrazione per ciò che avrebbe dovuto aborrire iniziò a dominare la sua mente e il suo cuore. E questo senza essere affatto toccata dal piccolo ragno che ancora di tanto in tanto riusciva a colpire, nonostante le mille strategie messe in atto dalla popolazione dotata ancora di un cuore puro.

Ed è possibile che sia stato proprio questo vacillare del cuore della bellissima fanciulla a far infine aprire il portale e far apparire il temuto Dracula.
Lo sguardo che lui e Van Helsing si scambiarono è indelebilmente impresso nella mente di ogni sopravvissuto e così la sanguinosa battaglia che ne seguì
Ma il soffio di vento che durò quello sguardo fu fatale anche per la bella fanciulla che in un attimo capì qual era il suo destino e quale fosse il suo posto.
Veloce svestì i panni da soldato e indossò un mantello di stelle. Piano, con il cuore pieno di un’emozione ignota si avvicinò al signore oscuro.
Lui le porse il suo scettro e lei capì di aver trovato il suo posto, per l’eternità.
Solo un attimo di melanconia velò il suo bel volto guardando un’ ultima volta Angleria, ma fu solo un attimo, un lieve batter di ali.
 
 
 
 
Oggi siamo state alla Rocca di Angera, sul Lago Maggiore, dove veniva inscenata una “caccia ai vampiri”. A mettere in scena la giocosa rappresentazione coinvolgendo piccoli e anche grandi sono stati i bravissimi attori della Compagnia di San Giorgio e Il Drago, che cura progetti per bambini, rappresentazioni storiche, cene con il delitto e altre magiche cose che andrete subito a guardarvi sul loro sito (altrimenti chiamo Dracula che ormai siamo imparentati…avete presente cosa potrebbe fare la suocera di un vampiro?).
E’ molto tempo che fanno queste manifestazioni alla Rocca e qualche volta abbiamo provato ad andarci. Ma Patasgurzo di solito pianta un muso che spaventerebbe anche il più feroce demone e Patagnoma urla terrorizzata, che ci fosse qualche morto nei paraggi si risveglierebbe in un istante.
E così siamo andate solo io e Patasgnaffa, e nonostate la giornata uggiosa è stato divertente. 
Mi sarebbe piaciuto raccontarvi la vera storia che hanno messo in scena, ma dopo aver tentato di farmela raccontare più volte dalla svampita fanciulla, mi sono dovuta arrangiare.
La prossima volta lascio a casa la macchina fotografica, seguo bene la trama e faccio la cattiva. Non vedo l’ora.

STAPPATA

Di Patasgurzo ho un vago ricordo. Il salotto giallo, il divano di legno che ora è il suo letto, fuori grigio umido. La molla che scattò non so quale fu, il ciuccio lo portava poco, ma ancora veniva messo tutti i giorni nell’armadietto dell’asilo. Però quel giorno abbiamo, sì insieme, deciso che era ora di liberare il ciuccio, che voi forse non lo sapete, ma non è altro che un pesciolino in fieri, che quando ha finito il suo lavoro con un bambino non vede l’ora di essere liberato nell’acqua e tornare a guizzare felice. Allora siamo usciti e abbiamo gettato il ciuccio nel lago, la fata che dorme sul fondo, lo ha subito ritrasformato e lui è nuotato via senza un rimpianto, senza voltarsi indietro. Anche Patasgurzo non ha avuto un attimo di rimpianto, non si è voltato indietro, e ha potuto scegliersi il regalo che preferiva. Non ricordo quale fosse, ma ricordo che fu una cosa piccola e sorprendentemente economica. Mi era andata bene.
Di Patasgnaffa ricordo di più, e non solo perché è successo qualche anno dopo. Fu un filino più drammatico, più ricco di pathos diciamo. Cose che aiutano la memoria.
Era un giorno ancora più grigio e sicuramente più freddo. Anche lei era già alla materna, anche lei metteva il ciuccio nell’armadietto. Verso le due del pomeriggio il telefono squilla e mi dicono che Patasgnaffa è caduta, ha sbattuto contro un calorifero del corridoio (sì, con il paracalorifero) e ha perso uno dei due incisivi.
Ora, alzatevi in piedi ed applaudite la maestra che ha preso il dente, lo ha lavato e rinfilato nella gengiva della fanciulla. Sono passati cinque anni e credo stia tremando ancora, ma è la cosa giusta da fare. Sappiatelo. Un dente tempestivamente rinfilato ha buone possibilità di riprendersi. Se non siete così coraggiose potete conservare il dentino in soluzione fisiologica o nel latte e correre dal più vicino dentista. Cosa che comunque ho fatto io, e così Patagnoma ha vinto una specie di apparecchio che teneva il dente rinfilato lì dove doveva stare per favorirne il rinsaldamento e ha perso il ciuccio, che in quel momento comportava più rischi che benefici. Un pesce nuovo ha nuotato sul fondo del lago e un’orrenda bambola parlante, probabilmente indemoniata, è venuta a vivere con noi.
Patagnoma invece è andata al mare con le nonne, che hanno perso all’autogrill il suo unico ciuccio. Non so se sia vero ma non lo ha più chiesto per tutta la settimana. Considerando che mai mamma mi tolse il ciuccio disegnadoci sopra dei vermi che ancora mi sogno di notte, ho qualche dubbio, ma cercare il pelo nell’uovo non è mia intenzione. Mi è tornata una bambina abbronzata e stappata e tanto mi basta.
Certo a me il ciuccio lo ha chiesto insistentemente le prime sere per dormire, ma complice un nuovo Lego anche questa volta l’abbiamo sfangata.
Ho solo avuto un improvviso lampo di coscienza ecologica e ho deciso che gettare un ciuccio nel lago non fosse poi una bella cosa. E così la fata del lago ha dovuto muovere le sue umide chiappe per venire a ritirare il ciuccio a domicilio, al calar delle tenebre. Bella gioia, si sa che le mamme al terzo giro diventano incredibilmente pigre!

LE PICCOLE FIORAIE

La nostra scuola ha sempre bisogno di soldi, non è una novità e non è sicuramente l’unica.
C’è un comitato genitori che si sbatte a destra e a manca, tra questi sbattimenti è inclusa una lotteria di fine anno, di cui fino ad adesso sono sempre stata solo felice perditrice di biglietti. Già perché mi lamento sempre che non vinco mai nulla ma ci fosse una volta che mi ricordo di controllare… (non è vero, qualche volta lo faccio, qualche volta).
Quest’anno però quella disgraziata di Patasgnaffa ha avuto l’ardire di presentarsi a casa brandendo un carnet di biglietti da vendere.
Dunque, non è che noi siamo delle strane bestie asociali, abbiamo i nostri amici e conduciamo una vita di relazione con il prossimo vivace ed appagante. Però non ci si può definire inseriti nel territorio. Conosco relativamente poche persone e sicuramente non conosco i cognati dei cugini del fratello della moglie del bisnonno. Non ho fatto l’asilo con nessuno di loro, neanche le elementari e a volerla dire tutta neanche le medie. In più ho una scarsissima memoria per i nomi e prima di tracciare vaghe linee genealogiche tra le persone devo conoscerle piuttosto bene.
Questo per dire che in un paese del genere se dai a quasi ogni bambino della scuola un carnet di biglietti da vendere, il mercato si satura in un amen (termine ecclesiastico usato di proposito, non non andiamo neanche a messa, per supportare il concetto di quanto possiamo essere tagliati fuori), e a noi restano veramente pochissime chance di venderne qualcuno, anche perché il novantanove per cento delle persone che abbiamo conosciuto lo abbiamo fatto attraverso la scuola.
Certo ci sono anche i nonni, ma quella gegna di Patasgnaffa ha fatto comprare a NonnaMi i biglietti da un compagno di Patasgurzo, eh sì, perché sono coinvolte anche le scuole medie, e come fai a concorrere con chi fa la ronda del paese in bicicletta nel giorno di mercato?
Allora ho pensato che se vendere i biglietti sarebbe stato impossibile, potevamo provare a vendere qualcos’altro….più il biglietto, che a questo punto doveva essere visto quasi come uno scontrino.
Allora le donne di casa armate di carta crespa e colla (sì la Coccoina, sì ancora lei, sì ha ancora quell’odore lì) hanno fatto dei fiori di carta e sono andate a venderli sul lungo lago.

Un pomeriggio con un sole splendente, una lieve brezza e addirittura un mercato. Sono partita convinta che avremmo finito i biglietti in un batter d’occhio.
All’inizio Patasgnaffa faceva la timida e si vergognava a offrire i suoi fiori. Per fortuna Patagnoma con il suo vocione da carrettiere strillava a gran voce. Peccato che non si capisse esattamente cosa dicesse, un signore però ha percepito la parola “lotteria” quindi son ben fiera di lei.

Man mano che il tempo scorreva e la gente passava indifferente Patasgnaffa ha finalmente perso la sua strana timidezza e ha liberato l’animale da palcoscenico che in lei non sonnecchia quasi mai, anzi si agita parecchio,
E sono stati fiori nei capelli, balletti e canzoni.
Il sole ha brillato più forte e lei era bellissima.
Alla fine abbiamo venduto dieci biglietti. Dieci. Io sarò pure una madre accecata ma davvero non capisco come sia stato possibile.
Per fortuna l’unica a risentirsene sono stata io perché la vita per le mie piccole fioraie scorre lieve e felice, alla faccia di tutti quelli che senza capire hanno detto “i biglietti ce li ho già”

UNA DOMENICA DIVINA

No, non è stata quella appena passata, viaggio in ritardo cronico, quindi la bellissima domenica di ieri ve la racconterò un’altra volta (eh sì, è inspiegabile come le bellissime domeniche si moltiplichino con il sole no?).
Domenica scorsa abbiamo riempito il cestino del picnic, i cestini per la verità, siamo una famiglia numerosa e affamata, siamo andati in riva al lago, abbiamo disteso le coperte e dato il via al primo petit dejeuner sur l’herbe  (dico così non per tirarmela sia chiaro, ma per non ripetere la parola picnic) della stagione.


Non eravamo soli, c’era anche Jacco un nostro amico che di lavoro fa il designer. Lui aveva meno cestini da merenda all’aperto (non so più che pesci pigliare) in compenso aveva un sacco di sedie.
I designer sono gente strana è risaputo. Malati anche di manie di protagonismo, noi ci eravamo portati dietro la crema solare lui invece un fotografo professionista. Bah, comunque gli vogliamo bene lo stesso.

Io mi sono subito seduta per terra perché così si fa nei —— , i bambini invece, che si sa sono nati stanchi, si sono seduti sulle coloratissime sedie di Jacco. E hanno fatto bene perché in verità erano lì per loro, erano bambine anche loro, accompagnate dalla loro mamma.

il bellissimo cappello di Patagnoma viene da qui: http://www.redpepperhats.com/

La loro mamma si chiama Divina è nata qualche anno fa ed è già una celebrità. Esiste anche un papà divanetto, ma forse è rimasto a casa per guardare la partita in santa pace. Adesso sono nati un sacco di bambini colorati, roba che i Barbapapà sono dilettanti.
Tenerle a battesimo è stato bello, è stato bello ricominciare a mangiare sull’erba ed è stato ancor più bello che nessun bambino si sia buttato nel lago che è ancora piuttosto freddino.

Ci siamo così affezionati a loro che un paio le abbiamo anche portate a casa.

Ho fatto delle foto schifose un po’ perché non ne avevo voglia e un po’ perché mi vergognavo a portare la macchina fotografica visto che c’era uno che la sapeva usare davvero. Voi accontentatevi di queste ma mi raccomando se siete in giro per il salone cercate una foto delle BebèDivina con i Patasgnaffi, che sarà grande grande e, se avete voglia fatemela vedere su instagram o su twitter  taggandola con #patadivina #bebèdivina. Su facebook taggate me che con gli hastag lì non ho preso ancora confidenza.
Se siete tipi avventurosi non leggete gli indirizzi che infilerò a fine post (cioè adesso) e cercatevela da soli.
Buon fuori salone a tutti, a chi ci andrà e a chi lo seguirà virtualmente (sorte che più o meno toccherà anche me).

Sedia Hub@bug 18    via privata Gaspare Bugatti 18
Gooddesing up! Cascina Cuccagna
Supermodels via Giovanni Ventura 5, Lambrate

CARNEVALE 2014

Ancora sta cosa del carnevale ambrosiano non l’ho ben chiara. I coriandoli li ho tirati fuori dal garage giovedì, un pacco già iniziato di una scorta che giace lì da almeno tre anni. Ogni volta me ne dimentico per ritrovarmeli fra le mani tipo a ferragosto.

Ho preso quello già iniziato per tenere quello grande per la sfilata di sabato, e così armati, di soli pezzi di carta e spogli di ogni travestimento siamo andati al parco. Che era pieno perché c’è una fame di sole e aria aperta che chissà quando si placherà.
Venerdì la scuola era chiusa ma Patasgnaffa se ne è andata al nido con Patagnoma. Due piccole squaw, perché l’asilo non c’era più, c’era però un accampamento con indiani e cowboy che al posto del calumet della pace si scambiavano polpette e trombette.

Sabato c’era un bel sole e già al mattino c’era qualcuno che si dava da fare per preparare la sfilata, tema scelto, le Olimpiadi.
A quanto pare tutti gli amici dei bambini andavano in un altro paese perché il nostro l’anno scorso non aveva organizzato niente. E anche se l’anno prima aveva portato in scena addirittura il carnevale di Rio, è bastato un anno per giocarsi la partecipazione non dico dei turisti, ma anche degli abitanti stessi.
Alla fine son stata più campanilista io, la straniera, perché mi spiaceva vedere qualcuno che lavorava per niente.
E comunque mi è andata decisamente bene perchè Patagnoma ha tirato subito fuori l’ animo pavido e isterico che riserva alle situazioni fuori dal comune. Pensavo fosse cresciuta, ma probabilmente non abbastanza.
E così mi si è avvinghiata addosso e ha sussurrato come un mantra “casa” “casa”. Visto che non c’era Patapà mi sembrava ingiusto portar via anche i grandi e così ci siamo defilate un po’ e lei, pur rimanendo imbronciata, si è calmata un pochino. E io ho potuto anche fotografare il cigno in riva al lago, perché da madre degenere ma blogger, un pensiero al post mi è anche scappato pur nella situazione difficile.

Per mia fortuna però i ragazzi che avevano organizzato il carnevale avevano fatto un bel lavoro, quindi, grazie anche alla scarsa affluenza di gente, son riuscita a riportare Patagnoma sul pratone dov’ erano stati organizzati dei giochi pseudo olimpici, del tipo: sollevamento pesci, tiro del gianduiotto, salto con il martello, sci da fondo…schiena…

Patasgnaffa si è subito iscritta e io l’ho subito persa di vista, Patasgurzo nel giro di tre secondi aveva già un pallone in mano e giocava a calcio, che d’altronde si sa, era anche lo sport praticato da Sandokan.

Patagnoma ha trovato di estremo gradimento l’area dedicata ai più piccoli, dove finalmente si è sciolta e ha cominciato a sorridere, per spingersi poi anche a gironzolare qua e là, anche per tifare la sorella.

Quindi alla fine l’abbiamo sfangata egregiamente, e abbiamo passato tutto il pomeriggio all’aria aperta.

Io la sera ero stravolta…di quella stanchezza che solo le prime giornate di sole dopo l’inverno ti danno.
Una stanchezza che è anche un sospiro di sollievo perchè per un altro anno i mesi più freddi e bui sono passati.
Sta volta però mi ha colto il sottile e amaro pensiero che un inverno in meno è anche un anno in meno, della mia vita e di loro bambini. Non ce n’è, sto decisamente invecchiando.
Lo dimostra anche il fatto che i coriandoli sono rimasti in garage, ancora!