#PATALIDO

All’inizio ci andavo sopra un passeggino bianco e blu a righe. La mattina era sempre presto, e vedevamo la bandiera salire silenziosa su San Marco.

Il passeggino lo spingeva la nonna, i ricci capelli neri raccolti in una crocchia alta e morbida, la pelle scura e il rossetto rosso. Piccola e perfetta, in un abitino in viscosa colorato, sulle immancabili zeppe di sughero.
A casa lasciavamo il nonno. O forse anche lui era già uscito. Alto, magro biondo e pallido. La maglietta marrone stretta, i pantaloni cachi e le scarpe di tela.
Partiva da casa con il suo cavalletto, i suoi fogli e gli acquarelli, e si perdeva tra le calli. Il professore.
Il passeggino veniva caricato sulla motonave e poi spinto fino alla spiaggia. Capanne a righe bianche e verdi e chilometri di sabbia..
Anche il cielo era affollato, aquiloni, aereoplanini, elicotteri e ogni tanto qualche paracadutista. O è uno scherzo della memoria?
Le ore in acqua, da giugno fino a settembre, quando in spiaggia c’eravamo solo noi e i tedeschi.
Poi l’accappatoio rosso e un bicchiere di latte caldo. Sempre, immancabilmente.
E poi indietro verso Venezia, il passeggino messo via, le gambe allungate e il prendisole blu a piccoli fiori bianchi.
Così avanti e in dietro, casa spiaggia, spiaggia casa. Su per le scale sempre fresche, con l’odore dei canali.
Nel salotto con il pavimento in pendenza da farci scivolar le biglie, lo studio del nonno e i suoi colori ad olio, la camera della nonna con le violette sull’armadio.
Così per otto anni, non molto, ma allora quasi una vita.
E così i patasgnaffi li ho voluto portare al Lido e nonostante io non stessi per niente bene è stato proprio bello.