LOST IN TRALSLATION

Dove sono finita? l’inverno mi ha inghiottito e sepolto sotto una coltre di neve che non è mai caduta?fiocchiA volte vorrei che fosse successo, un letargo consentito, legalizzato, concesso. Un dormire quieto, un sonno ristoratore che ti culla e ti porta in salvo verso giorni più tranquilli.

Invece sono stati giorni inquieti questi. È una storia un po’ triste che in realtà non riguarda me in prima persona, ma riguarda Patasgnaffa e quindi come dire che non mi riguardi? Come facciamo a proteggere i nostri figli dalla sofferenza se non facendocene carico noi? E poi come possiamo smaltirla?

Patasgnaffa è una bambina incredibilmente solare e aperta al mondo. Parlerebbe anche con i sassi e forse qualche volta lo fa pure. Vive su una nuvola ma non vuole assolutamente starci sola e ci trascina a forza chiunque abbia voglia di seguire il suo sorriso.

Ma con le sue compagne ha sempre avuto un pochino di difficoltà di integrazione, sin dall’asilo, difficoltà che ha sempre cercato di superare o forse di ignorare. Però quest’anno, forse perchè più grande la cosa ha iniziato ad essere più difficile, ha iniziato a farla soffrire e io sono andata a scuola per far presente la cosa, chiedendo anche il supporto della psicologa.

Nei mesi successivi, una compagna in particolare ha cominciato a prenderla di mira, escludendola dai giochi, tirandosi dietro il gruppo,  e aggredendola con parole pesanti, che anche un adulto farebbe fatica a sentirsi dire.

Io ho continuato ad andare a scuola per far presente la cosa, lei ha continuato ad andare a scuola a testa alta, cercando di essere, per quanto possibile, il più fedele possibile alla sua felicità.acchiappailfioccoMa il pomeriggio tornava a casa e piangeva, la sera faticava ad addormentarsi, lei che alla sola parola cuscino, timbrava diretta il biglietto per il cinema Bianchini ( un figlio su tre, mi sia concesso!), e se dormiva poi arrivavano i brutti sogni.

Durante le vacanze di Natale, lontano dalla scuola, è come rinata, una conferma per noi, se ci fosse proprio voluta, che il problema fosse esclusivamente lì. Perchè domande, se hai un minimo di coscienza te le fai, che scaricare il barile di responsabilità su altri è sempre troppo semplice e non voleva essere la nostra strada. Che i bambini iniziano a essere inquieti prima di una volta, lo avevamo già visto con Patasgurzo, e magari tutta questa sofferenza poteva venire anche da altrove.

Però poi la scuola è ricominciata e lei si è di nuovo spenta, per accendersi solo con accenni di irritabilità, e poi è arrivato il giorno in cui è tornata a casa con una lettera scritta in caratteri grossi, rossi, grandi. Parole terribili, tante, una pagina intera, di frasi che nessuna bambina si dovrebbe sentir dire e che nessuna bambina dovrebbe aver bisogno di dire. Che nessun’altra bambina a conoscenza della lettera dovrebbe pensare non siano pericolose o che siano solo un gioco. Ma questo è quello che è successo.

E ancora una volta abbiamo scelto di affidarci per un ultimo tentativo a una scuola che fino ad ora ci aveva ignorato. Perché non lo so, lealtà? Fiducia nelle istituzioni, nella giustizia?Fiducia incondizionata nel genere umano?

Qualsiasi cosa fosse era, non dico sbagliata, ma sicuramente mal riposta e la situazione è stata mal gestita al punto da degenerare.

La cosiddetta goccia che fa traboccare il vaso, quella goccia che ogni tanto ti rimette in bolla e ti fa vedere le cose nella giusta prospettiva. Nel giro di un giorno Patasgnaffa ha cambiato scuola. Niente di drammatico, anzi va in quella più vicino a casa. Più piccola, più colorata, per quel poco che ho visto un luogo dove ai bambini è ancora concesso l’incredibile privilegio di essere tali, perché non sempre è così.mangiare la neveCerto è molto presto per esprimere un giudizio, ma lei, pur non conoscendo nessuno nella nuova scuola, esce cantando tutti i giorni e in due settimane è già un successo.

Non prendete questa conclusione come un’affermazione di estremo egoismo, ma quella che ancora non canta sono io. Sono come prosciugata, ho passato notti senza dormire, giorni senza mangiare. Adesso sono come avvolta dalla bambagia, e veramente, vorrei solo andare in letargo.

Dover affrontare la sofferenza dei propri figli è una cosa terribile, ed è difficilissimo prendere per loro decisioni drastiche, fossero anche indispensabili per il loro benessere.

Quindi sono un po’ scomparsa…ma prima o poi la nebbia si dissolverà.candor

…(finiranno anche le influenze che mi inchiodano al capezzale dei Patasgnaffi che è da Natale che stanno correndo una staffetta virulenta senza perdere un giorno vero????)

 

 

LAMPAMONDO

La barzelletta dei carabinieri che per avvitare una lampadina girano l’intera casa è vecchia come il cucco, io però forse sono anche peggio perché ogni volta che devo cambiare una lampadina tendenzialmente cambio anche il lampadario.

E per fortuna che hanno inventato le lampadine a basso consumo.

Ieri sera Patasgurzo laconico mi ha comunicato la dipartita di una sua lampadina, accidenti, non aspettavo l’ora. Avevo da riutilizzare un mappamondo di quelli che si illuminano che avevo smontato perché mi serviva una palla per questo post…ehm sì, succedono anche queste cose, e inoltre mi serviva uno dei due lampadari di carta che erano nella sua stanza. Perché raramente le cose poi vengono buttate, una seconda, terza, quarta vita non la si nega a nessuno.

Per realizzare il nuovo lampadario ho dovuto procedere a un brutale discioglimento della calotta glaciale artica, sentendomi come un cattivo nei film dei super eroi, e la cosa peggiore è che in un certo senso è stato anche stato esaltante (muahahahaha) . Per rendere più credibile la cosa ho tenuto i tacchi mentre ero in piedi sulla scala, perché i super cattivi sono anche super stilosi. Questa ovviamente è stata la parte più difficile di tutta l’operazione.

libreria

E così ora la stanza del fanciullo sembra sempre di più un centro geofisico, piena di mappe e cartine, mentre lui cresce sempre più, tracciando nuovi percorsi, nuovi tracciati che ancora non si sa dove lo porteranno.

mappamondoluce

Anche se di una mappa, un navigatore, in questo periodo avremmo bisogno poiché è venuto il momento di scegliere la scuola superiore. A vederlo scritto mi viene male, del resto mi sono sentita male anche l’altro giorno quando gli ho dovuto prendere i vestiti nel reparto da uomo.

stanza

E così sono cominciati i primi open day, incontri in lande vaste, affascinanti, misteriose e inesplorate, che quasi quasi una mappa me la metto sul letto pure io.

mappalight

VILLA TOEPLITZ E IL MUSEO CASTIGLIONI

Sarà un post un pochino balengo, vogliate perdonarmi, ma sono un filo sconvolta. E lo so che sto usando una parola un tot sovrastimata per la situazione, ma ormai le foto sono diventate parte della mia vita, e forse proprio per questo devo imparare a gestirne la perdita. Cosa è successo? Niente di grave, e guardando questo post pieno di immagini penserete che sono pazza, ma scaricate sul computer, alcune foto, le più belle ovviamente, perché altrimenti non ci sarebbe alcun divertimento, si sono volatilizzate, disperse, puf, nel tempo di recuperare i bambini a scuola, che la prossima volta li lascio lì.

Ora ovviamente, ricevuta una mazzata più grande poiché la vita ti rimette in carreggiata veloce (anche qui niente di grave, solo un grande giramento di palle, perché altri termini non ci sono), asciugate le lacrime, sì, ho pianto, ma sono in piena sindrome pre mestruale, vostro onore, ho le attenuanti, sono pronta per cominciare….anche se voi probabilmente siete già andati a guardarvi una nuova puntata di qualcosa su Netflix (aiuto!!!!).

Dunque, settimana scorsa, mi sono presa Patasgnaffa, che è in un periodo un pochino gnecco ( loffio, schfio, moscio, tristanzuolo) e le ho fatto bigiare scuola, tanto c’era assemblea sindacale e avrebbe avuto solo due ore. Che poi qualcuno dovrebbe spiegarmi perché le assemblee sindacali le devono mettere nei giorni in cui i bambini hanno solo la mattina cosicché tu li porti alle 10,30 e te li ripigli alle 12,30. È una palese istigazione all’assenteismo.

La meta della nostra fuga era un pellegrinaggio alle mie vecchie scuole. Siamo andate alle elementari, che ho fatto, incredibile ma vero dalle suore. Ora non ci sono più bambini, l’edificio è diventato un ospizio per vecchie velate.

Ci siamo avvicinate al cancello, ho guardato il cortile e l’edificio, bellissimo e ridipinto di nuovo. La loggetta dove giocavamo ai quattro cantoni, che allora mi sembrava grandissima, ma che in due passi la attraverseresti tutta. Una vecchia suora ci ha guardato sospettosa, con un secchio della pattumiera in mano. L’aria della mattina era ancora fresca, e il cielo di un blu quasi eccitante. Le ho spiegato il motivo del nostro sbirciare, lei ci ha sorriso gentilmente, si è girata ed è sparita…eh no SSSSSuora (chi ha frequentato le suore sa che si dice così) , non si fa. Cortesia e carità cristiana, avrebbero previsto un invito ad entrare!

Per fortuna, la tappa successiva era più accessibile, perché le medie ho avuto la fortuna sfacciata di farle in una villa dentro un parco pubblico: la Villa Toeplitz a Varese.

All’epoca c’era una sezione distaccata di una media del centro che conduceva una sperimentazione. Facevamo il tempo pieno, più attività fisica, arte e musica. Se era bello facevamo lezione tra gli alberi del parco. Studiavamo come dei matti, ma ci divertivamo e ognuno di noi era considerato come una persona speciale.

entrata

Varcare quel cancello, ogni volta riesce ad emozionarmi per la bellezza di quello che vedo, per il languore dei ricordi che porta con sé e nello stesso tempo riesce a farmi strizzare lo stomaco come se alla fine del sentiero mi attendesse il compito di matematica o il giro del parco di corsa. Perché avere tredici anni è bellissimo, ma ogni tanto è una gran scocciatura.

corsa

Il Parco, un capolavoro di giardino all’italiana potrebbe essere un piccolo paradiso. Rare volte l’ho visto vestito a festa, con i prati perfettamente verdi, le aiuole piene di fiori, le siepi allineate, le vasche, un tempo azzurre, con le cascatelle che rimbalzavano cantando.

salto

Più spesso è come l’ho visto ora, un pochino spettinato, con la barba non troppo lunga, ma diciamo da rifare. Gli abiti vecchi, rattoppati alla meglio. Che cammina con una certa dignità, ma si vede che fa fatica a tenersi pulito, che è ormai stanco. Un Conte diventato barbone, che fa quello che può.

terme

Patasgnaffa era felicissima, correva su per le scalinate, saltellando da una parte all’altra, come facevo io da piccola. Si perdeva nei labirinti (non sono labirinti ma li ho sempre chiamati così….e mannaggia lì le ho fatto una foto perfetta nonostante la mia macchina fotografica non metta più a fuoco neanche se chiedo per favore) e chissà se come me sognava di essere la regina del castello.

villa

Io intanto mi aggiravo inebriata dal profumo di bosso, che mi riportava a tutte quelle mattine con la cartella in spalla, con la pioggia e con il sole, con la neve e con la nebbia. Con la nebbia era proprio il profumo del bosso che ti portava fino alla scuola perché  con gli occhi non saresti arrivato da nessuna parte…e l’unica speranza era che la nebbia si fosse mangiata anche la scuola…non succedeva mai.

cachi

Dopo aver danzato in una piscina piena solo di foglie secche ( altra foto mancante ) abbiamo provato ad entrare a scuola che ora è un Università, ma anche lì ci hanno rimbalzato, cosa bizzarra perché pensavo che l’Università fosse un edificio pubblico.

bocce

Allora ci siamo incamminate sotto gli alberi che cambiavano colore verso l’edificio dove un tempo c’era il nostro laboratorio d’arte perché avevo letto che ora era un museo, e visto che c’eravamo tanto valeva entrare…

museocastiglioni

Ed è stata la cosa migliore che abbiamo fatto quella mattina.

Si tratta del MUSEO CASTIGLIONI, che mette insieme i ritrovamenti e le scoperte che due fratelli, i Castiglioni appunto, hanno fatto nel corso di una vita avventurosa in Africa.

macchinevolanti

C’è la sezione che ci porta nelle miniere d’oro nella Nubia Sudanese, dove veniva estratto l’oro che arricchiva i faraoni, C’è una meravigliosa raccolta di graffiti preistorici, con degli animali bellissimi, c’è la riproduzione di una tomba, con la porticina piccola piccola per entrarci dentro. Salendo le scale ci si avvicina ai giorni nostri e c’è la riproduzione di una tenda tuareg, e rappresentazioni e testimonianze delle popolazioni africane che appartengono al gruppo etnico del Nilo dei Camiti.

pashed

Il museo è piccolo, ma ben curato e ricco di cose. Affascinante e pieno di riproduzioni cattura facilmente l’attenzione dei più piccoli, che tra l’altro sono quelli che normalmente a scuola stanno facendo, o stanno per fare quel periodo storico.

Abbiamo avuto ben due guide che ci hanno accompagnato nel percorso, Patasgnaffa è stata attenta, ha fatto domande, ha notato particolari, si è divertita e a tratti un pochino impressionata.

Ma quell’impressione sana, che stimola l’interesse, e fa nascere nuova conoscenza.

È stato un incontro del tutto inaspettato quello con il museo, ma è stato il perfetto coronamento di una bellissima mattina, fragrante di azzurro, di foglie secche , di colori vibranti, di bacini sul naso.

gioia

Consiglio a tutti di farci un giro. Prendetevi una domenica anche voi milanesi, organizzateci una gita voi maestre, perché patataparola, ne vale la pena.

PATARIVOLUZIONE. INTRO

Settembre è passato senza lasciare traccia alcuna, quanto meno sul blog.
Le vacanze si sono allungate fino a metà mese, la piccola di casa ha finalmente cominciato l’ asilo dei “gvandi”. Un inserimento come sempre tranquillo, come sempre troppo lungo. Giorni in cui lei andava per poco all’asilo, mentre i suoi fratelli ciondolavano negli ultimi loro giorni di vacanza, consunti e sdruciti come una coperta ormai troppo vecchia.
Io intanto faticavo come sempre ad uscire dalla bolla in cui fluttuo il mese di agosto, a riprendere ritmi non ancora ben scanditi, a ricalarmi nella mia divisa d’autista.
E mentre le giornate passavano tra lente scivolate nel nulla e brusche impennate in cui tutto andava fatto per prima, i miei occhi frugavano irrequieti la casa, immaginando nuove disposizioni in cui una stanza si sostituiva a un’altra per adattarsi ai bambini, che cambiano e crescono continuamente, creando geometrie di vita e abitative sempre nuove.
E la cosa che amo di più della Patacasa è proprio la sua attitudine al mutamento, il suo riuscire a seguire i nostri cambiamenti e le nostre evoluzioni.
E’ una casa complicata, difficile e faticosa, su due piani più uno parallelo, con due, dico due scale a chiocciola, ma che proprio nella sua stranezza racchiude il segreto della sua malleabilità.
E così, appena cominciata la scuola mi sono messa a cambiare la disposizione delle stanze, per la terza volta in cinque anni.
Che poi ogni volta è come un piccolo trasloco, una fatica immane, una rivoluzione ( potete curiosare l’hastag #patarivoluzione su Instagram). Ogni volta me ne stupisco, mi maledico, e poi dimentico, pronta per la volta successiva.

Quest’anno non si è salvato un solo armadio, nulla è rimasto più dov’era e adesso ovviamente non trovo quasi più nulla. Ma tutta la fatica è servita non solo per ricavare nuovi spazi, ma anche per alleggerire un po’ il carico. Se non mi trovate a casa probabilmente sono in discarica.
Lavorare con noi tutti e cinque in casa è stato complicato anche dal punto logistico, ma mi ha spronato ad andare ancora più veloce, se c’è una cosa che non riesco a fare è vivere nel transitorio, sono il tipo che la sera del trasloco appende i quadri se no non dorme.

E così abbiamo cambiato così tanto in così poco che, alla fine delle lunghe vacanze, è stato un po’ come ripartire per trovarsi in una casa nuova, devo dire alla fine, una cosa parecchio divertente.

MEA CULPA

Ormai sono sei anni che i miei figli vanno alle elementari (scuolaprimaria mah). Prima sono andati all’asilo (scuoladellinfanzia mah), e prima ancora al nido (nido? ma davvero?). Insomma vanto un discreto numero di recite di Natale, canti di fine anno, auguri di Pasqua, abbracci della piazza (ehm no, lì a onor del vero mi sono sempre rifiutata di andare), giochi della gioventù, feste della scuola, festa dello sport, pizzate varie, riunioni dei genitori, colloqui con educatrici/maestre/professori…e probabilmente dimentico qualcosa.
Ecco, dimentico. La parola d’ordine dell’ultimo periodo.
Mi sono persa i canti di fine anno, che erano venerdì. Me li sono persa non perché me ne sono dimenticata ma perché manco sapevo ci fossero. Non sono andata a più di metà dei colloqui e la maggior parte dei professori di Patasgurzo non so neanche che faccia abbiano. Mi sono persa i giochi della gioventù di oggi. In realtà ho provato ad andarci, ma visto che Patasgnaffa non c’era, ho fatto rapidamente dietro front e me ne sono andata a prendere un cappuccio al bar. Mentre lo bevevo annoiata lei ha fatto i suoi giochi.
Non ho il libro delle vacanze perché non sapevo neanche di doverlo prenotare. Cioè tutti gli anni andrebbe prenotato, io non lo faccio, ma poi lo trovo lo stesso nella cartoleria davanti a scuola; che poi è il luogo del peccato dove ho preso il cappuccino questa mattina. Ecco quest’anno no, non l’ho ordinato e quindi non lo troverò nemmeno.
Insomma ‘na frana proprio.
Però ho portato Patasgnaffa a millemila prove per il saggio di ginnastica, e sono pure andata a vederlo nonostante un mal di testa infernale che mi ha fatto maltrattare chiunque mi capitasse a tiro. E ho fatto bene perchè è stato bellissimo.
E ora sto per andare alla riunione della scuola materna di Patagnoma, nonostante ci abbia già fatto sei anni con gli altri due.
Questo miei cari si chiama espiazione.

NAAN

Oggi era il venerdì, uno di quelli che io chiamo #maledettagelmini. Uno di quelli in cui sono andata a scuola per il laboratorio di cucina. Io che ho un marito che cucina e che ormai non lo faccio quasi più.
Che poi devi trovare ricette veloci, che non debbano essere conservate in frigorifero e che siano facili da trasportare a casa. Si accettano consigli, ma anche tanti eh!
Tra l’altro questa settimana non mi ero preparata e quando la maestra di Patasgnaffa mercoledì mattina alle 9 mi ha chiamato per sapere cosa avrei fatto, mi sono sentita come quando la prof ti chiamava alla cattedra e tu non avevi studiato.
Fortunatamente negli anni devo aver sviluppato la capacità di arrampicarmi sugli specchi, perché una volta, quando mi sarebbe più servita, non ce l’avevo proprio.
E così, visto che domenica eravamo andati al ristorante indiano e Patasgnaffa aveva mangiato quasi solo il pane perché il resto era troppo piccante, ho detto che avremmo fatto il Naan.
Richiede una lievitazione breve, si cuoce in padella, e si trasporta nella stagnola. Perfetto.
Per prepararlo bastano 300 gr di farina con tre cucchiaini di zucchero e due di sale. Ho usato una bustina di lievito istantaneo perché quando il tempo è ridotto i magheggi vanno fatti. Abbiamo aggiunto un vasetto di yogurt, due cucchiai di olio e due di acqua calda. Hanno impastato divertendosi un sacco ,e quella che aiuta la mamma a fare il pane (non Patasgnaffa ovvio) si è distinta subito per tecnica e bravura. Volevo andarmene e lasciare lì lei.

Abbiamo fatto delle palline che i bambini hanno steso con il mattarello, a quel punto io ho cotto un panino per volta per due minuti in una pentola con il coperchio. La prossima volta porto due pentole, altrimenti invecchio in quella cucina, devo ancora farci la mano!
Mentre io cuocevo ho fatto scrivere la ricetta ai bambini, facendogliela ricostruire da soli. Magari così se la ricorderanno meglio. O magari no, intanto io però sono riuscita a cuocere il pane senza danni collaterali.

Ora avete due settimane per farvi venire un’altra idea. Io magari cucirò delle cuffiette ai bambini perché quelle lì di carta non si possono davvero vedere.

IL TEMPO, LA SCUOLA E LE PALLINE DI COCCO

Una volta ero capace di scrivere post al volo. Ritornando indietro nel tempo, e ormai ne è passato parecchio, le parole aumentano e le immagini spariscono.
Mi bastava quel poco tempo rubato qua e là per scrivere di qualche scemenza fatta dal Patasgnaffo di turno, allora tra l’altro eran solo due. Niente di che, piccole facezie che era divertente romanzare un po’. Perché la vita bisogna saperla vivere, ma i ricordi è bello indorarli sempre un pochino, poiché anche il tempo passato fa di noi ciò che siamo, e se sembra più bello diventiamo più belli anche noi.
Poi però ho iniziato a vedere il mondo anche in tre terzi, vedendo foto dove ancora non c’erano. Di chi sia stata la colpa non so, forse delle digitali, facili ed immediate, per un’incompetente, pigra e impaziente quale io sono, una manna dal cielo. E’ stata colpa di Casa Facile, che mi ha spinto a fotografare non solo i piedini dei bambini, quelli belli e cicciottosi da mordere, ma anche quelli dei divani….e vi assicuro anche lì ce ne sono alcuni così belli che mi verrebbe voglia di morderli. La mazzata finale è stata poi Instagram;  c’è chi parla ormai di patologia, ma se io son malata, son contenta così, mi godo gli istanti anche se li fotografo.
Fatto sta che scrivere un post è diventato più laborioso, perché le immagini, più delle parole, necessitano di cure, che ancorché minime portano via tempo. Tempo, quella cose che mi sfugge come sabbia tra le dita, che come vento impetuoso fa scorrer via i miei pensieri, come nuvole in un cielo mutevole, belle da guardare ma talvolta inafferrabili.
E allora finisce che  scrivo meno, ma oggi mi viene così, di fare una ratatouille di post non scritti, per sentirmi meno in affanno, per chiaccherare un po’. Certo avrei da finire i vestiti di carnevale, ma magari ci pensano i topolini, non si sa mai (posto che non se li siano mangiati tutti i patagatti).
Dopo un lungo inverno di pioggia, con gli occhi alzati per cercare un’arcobaleno, che in assenza di sole nicchiava ad uscire, son riuscita finalmente a trovare una parrucchiera che mi facesse i capelli multicolore. Io avrei osato anche di più, ma per ora mi accontento e cerco di non pensare che sia solo una crisi di mezza età.
Ovviamente anche le bambine hanno voluto un po’ di colore, e anche se ci abbiamo messo due settimane, driblando tra impegni e malattie sparse qua e là, finalmente Patagnoma ha avuto la sua ciocca viola e Patasgnaffa anche una “fussia”. Patasgurzo povero non solo è ancora biondo ma vorrebbe anche sfrondar la chioma, non si sa mai che domani ci riusciamo.
Ecco, parlando di lui, è finalmente senza gesso. Padroneggia il suo nuovo cellulare, forse anche troppo, ma è riuscito ad organizzare un torneo di subuteo, che vuol dire tre giornate con cinque bambini diversi (sì, son pronta per la beatificazione), tutto da solo, senza che io dovessi fare una telefonata. E questo mi ha reso molto felice. Un po’ meno felice è stato sentirmi rimproverare di vestirlo troppo colorato, ma in fondo sapevo che prima o poi sarebbe dovuto succedere.
Adesso che son partita non mi fermerei più, avrei da raccontarvi che i due grandi hanno trovato almeno un gioco da fare insieme e che le due piccole hanno iniziato a litigare un po’. Potrei parlarvi di merende, pomeriggi pigri e finalmente giornate di sole. Vorrei raccontarvi dei miei zoccoli nuovi, ma su quello vorrei addirittura fare un post.

Magari rallento e comincio a scrivere quello per cui mi sono messa al computer, con le mani lisce e profumate di biscotto.
La storia potrebbe essere lunghina, perché inizia almeno sette anni fa con la cara Gelmini che ha iniziato a smembrare la nostra povera scuola. E così le maestre si sono trovate sempre più in affanno, con nuvole da rincorrere più nere e veloci delle mie.
Allora ha cominciato Nonnami, a regalare parte del suo tempo e insegnare un po’ d’arte. E’ andato Patapà a parlar di terremoti. E poi sono arrivata io, quella che fa tutto, ma non è specialista in nulla.
Sono stati laboratori con lana, feltro, carta, pasta di pane, ricicli vari. Piccole meraviglie nella loro sbalorditiva imperfezione.

Oggi ho letto un libro, stando dietro la cattedra, la qual cosa, devo essere sincera, mi ha emozionata un po’.
E poi sono stata in cucina a fare palline di cocco, ecco perché le mie mani sono lisce e profumate di biscotti (il vero motivo è che il sapone della scuola è talmente diluito che non lava via nulla, ma sta volta va bene così).
In cucina ci tornerò ancora, abbiamo grandi progetti, e la mia intenzione è riportarvi poi la ricetta eseguita, così, anche giusto per ottimizzare e conciliare un po’ tutti gli aspetti di questa giroscopica vita.
Dedico volentieri il mio tempo alla scuola perché trovo che sia importante imparare a far le cose con le mani, soprattutto in un mondo che tende sempre più al virtuale. Perché i bambini per imparare hanno bisogno anche di divertirsi e di staccare un po’. Perché a una richiesta di aiuto, ancorché implicita, non so di di no. E soprattutto per guadagnarmi l’incredibile privilegio di vedere i miei figli a scuola. Di conoscere ognuno di loro compagni. E se questo vi sembra poco…

PALLINE DI COCCO

Prendete 100 gr di biscotti, magari anche qualcosina in più perchè durante la lotta qualcosa potrebbe andar perso. Rompeteli a pezzetti e adagiateli su uno strofinaccio. Richiudetelo, serrate i pugni e sfogate la vostra rabbia (da qualche parte c’è, anche se piccola, trovatela e fatela sparire). Probabilmente dovrete finire con il mattarello. Sicuramente avreste fatto prima con un robot da cucina, ma così è più divertente e poi non è che la cucina della scuola sia attrezzata come quella di Masterchef.
Ai biscotti sbriciolati aggiungere due cucchiai di zucchero, un cucchiaio e mezzo di cacao e 50 grammi di farina di cocco. Mescolate bene e poi aggiungete 50 grammi di burro fuso e un uovo. Se siete maggiorenni anche un cucchiaio di rhum.
Prendete ora il composto e strizzolandolo bene, senza scoraggiarvi per lo sbriciolamento iniziale, formate delle piccole palline. Ne vengono 33, ne sono scura, perchè lavorando con tre gruppi diversi è sempre venuto lo stesso numero di palline. Questa è scienza signori miei.
Passate le palline nella farina di cocco e mettetele nel frigo. Non so per quanto perchè io poi me ne sono andata da scuola!

SCAMPATA STRAGE DI RENNE

E’ iniziato a fine Novembre, le maestre che ti chiedono di dare un mano con i lavoretti di Natale. Pochissimo il tempo per elaborare un progetto ma al volo nascono quattro renne. Al volo vengono reclutate tre cavie, che rivelano abili mani e la cosa sembra facile, agile e snella. Anche Patagnoma riesce a fare la sua.
Già le amo queste renne.

Poi i pomeriggi a scuola, i bambini alla spicciolata quattro o cinque per volta, le mani  un po’ meno abili, le risate e gli allegri pasticci a rallentare i lavoro, perfettamente imperfetto. E così anche qualche mattina viene trascorsa a scuola. Per respirare i ritmi e scorgere i volti che ogni giorno accompagnano la giornata di Patasgnaffa. Alla fine un privilegio.
Ma le classi sono tre, quasi sessanta renne, e a questo punto le amo un pochino di meno.
Ah, certo, aiutiamo anche le vecchie maestre di Patasgurzo con i lavoretti, e come dire di no. E quasi metà scuola mi chiama maestra. Che ridere.

I giorni di scuola sono ormai agli sgoccioli e alle renne viene data la libertà. Un’amica (sì, dico a te), ottenebrata dal freddo pensa che potrebbero essere dei segnaposti carini per la tavola di Natale e così viene organizzato un pomeriggio di puro sfruttamento minorile.

Ma all’ultimo non ce la fai, un’altra renna e potresti fare una strage. A Babbo Natale poi toccherebbe andare in giro in ferrari (perché è rossa ovviamente).
Ripieghi quindi su paffuti alberelli di cotone.

Sopravvivere al Natale è una disciplina olimpica!