IL CAPELLO BIRICHINO

Interno notte.
Due patagenitori si rotolano irrequieti tra le lenzuola, ma in tutto ciò non c’è niente di piccante. C’è solo una Patagnoma che urla senza sosta dall’altra parte dell’armadio.
La piccola bambina, probabilmente due polmoni con una parrucca, viene messa nel lettone. Adesso ci sono tre creature irrequiete nel lettone, e le urla sono più vicine.
Patamà si rassegna e scende in sala per una maratona notturna di PinguPimpaBarbapapà.
La piccola sembra calmarsi, ma ogni tanto ricomincia a strillare.
Saranno le orecchie, la Pimpa gioca con Tito;  il pannolino, Pingu pattina; il culetto rosso, i Barbapapà cambiano casa, ancora; avrà una gamba rotta anche se non è caduta, la Pimpa fa una linguaccia all’Armando; si sarà spaventata per qualcosa, Barbabarba viene tosato…. Verso le sei del mattino finalmente la piccola crolla e la mamma entra in coma.
La mattina avanza a rilento. Patagnoma non sembra ancora felice e i Patasgnaffi grandi sono rimbesuiti sul divano. Colta da raptus improvviso, probabilmente dovuto alla mancanza di sonno, Patamà decide di tagliare le unghie dei piedi alla piccola….così giusto per irritarla ancora un po’. Non si sa se donna perfida o se dotata di spiccato sesto senso materno. Infatti tolta la tutina, presi in mano i panzerotti caldi, eccola lì finalmente la causa di tante urla. Un capello si era attorcigliato stretto stretto su tre dita del piede destro, conficcandosi profondamente nelle ciccie. Dita bordò tendenti al viola e urla acute. Della Patagnoma, dei fratelli e di Patamò, dignitosamente fuori controllo. Dopo aver inutilmente tentato di rimediare con una forbicina da ricamo, visti i piedi sudati e scalcianti della vittima e le mani tremanti della carnefice, l’unica soluzione trovata è stata quella di recarsi al pronto soccorso. Pienissimo. “signora e lei cos’ha?” “un capello attorcigliato alle dita del piede”….e nel caso mi desse una pala mi scavo una buca profonda.
La lunga attesa, frequenti pediluvi e probabilmente la forbice da ricamo hanno risolto la situazione. La piccola è stata comunque visitata, risultando ferita ma sana.
Ancora oggi a cinque giorni di distanza i segni sulle dita sono ancora profondi, ma la gnometta non sembra accorgesene minimamente; probabilmente avere i piedi così grassi serve a qualcosa.
Io intanto rivolto tutte le sere i pigiamini alla ricerca di lunghi capelli biondi!

SUPERUOMO

Ti ho lasciato in una mattina piena di sole, finalmente calda, finalmente estate.
Sei salito su un pullman con tanti amici, tanti zaini, tanti bruschi saluti per nascondere che in fondo con la mamma ci state ancora bene.
Ti sei lasciato baciare, e va beh, anche fotografare, tanto ormai ti sei rassegnato al mio strano vizio.
E poi ci hai tempestato di telefonate, scroccate al povero Michi, per dirci che ti divertivi, che eri sfortunato, che avevi vinto, che avevi perso, che non volevi andare in discoteca, che avevi visto una partita.
Sei stato portato a pranzo dal Nonnolu che forse ancora odorava di salsedine.
Hai fatto la valigia con due giorni di anticipo, perché volevi organizzarti. Hai detto che l’anno prossimo non ci tornerai, ma lo dici ogni anno.
E poi la sera dell’ultimo giorno hai anche detto che ti eri fatto male a un polso, che ti aveva visto la dottoressa, che andava in giro con un cane e gli occhiali da sole, che non era niente, che poi passava.
E’ arrivata la sera del ritorno, l’aria era ancora calda, ma punteggiata di stelle e zanzare. Era tardi.
Ti ho visto ancora sul pullman, il cappellino bianco di sbieco e la felpa blu. Ti ho visto scendere le scale, il sorriso emozionato e gli occhi stanchi. E il braccio, leggermente sollevato, con la mano che non voleva stare distesa e il pugno che non potevi serrare.
Ma mi sei venuto vicino, ancora ti sei lasciato baciare, e hai continuato a scherzare con gli amici. Ma nascosto in fondo al sorriso io già lo vedevo il pianto e la sentivo la tua voce che sotto sotto tremava.
Ed è bastato il buio della macchina, il profumo della mamma e il muro che ti sorreggeva è venuto giù di botto, e hai cominciato a piangere.
A casa ti ho tolto la felpa e quel braccio mi è piaciuto ancor meno. Pensavo di medicarti, di darti una tachipirina e portarti al pronto soccorso con il sole negli occhi. Ma tu dopo sei ore di viaggio hai voluto provare l’ebbrezza di una visita notturna e così siamo andati a scattare qualche foto alle tue ossa, che sono parecchio esibizioniste.
Azzurra la sala d’attesa, azzurri i miei pantaloni su cui hai appoggiato la testa. Azzurri gli occhi e luminose le lacrime che piano cadevano giù. Dorato il collo e la guancia che ancora si curva morbida, perché sei il mio bambino.
Ma la notte gli ortopedici pare dormano e così siamo dovuti tornare la mattina per guadagnarci il sospirato gesso.
E sì perché alla fin della fiera tu il braccio te lo sei rotto davvero, e te ne sei stato un giorno intero senza dire niente.
A casa ti saresti appeso alle tende e avrei potuto vendere biglietti per assistere al tuo show.
Ma pare che questo campus tiri fuori il super uomo che è in te, come quando due anni fa ti eri fatto un giorno con 40 di febbre da solo in una camera d’albergo senza battere ciglio. Che se fossi stato a casa mi ti saresti spalmato addosso e non avrei potuto fare neanche pipì.
E io sono terribilmente fiera di te, sollevata che sai andartene in giro per il mondo, a testa alta e sicuro. Che sai affrontare i momenti belli ma anche quelli brutti. Vorrei però imparassi a mediare il super uomo e la super cozza. Vorrei non sentirti più dire che non volevi lamentarti, perché forse non era niente. Vorrei tu imparassi a non aver paura di chiedere aiuto perché anche questa è una virtù da super uomo.
E soprattutto non vorrei più vederti con un braccio al collo, soprattutto in partenza per il mare.
Giurin giuretta?