LE PICCOLE FIORAIE

La nostra scuola ha sempre bisogno di soldi, non è una novità e non è sicuramente l’unica.
C’è un comitato genitori che si sbatte a destra e a manca, tra questi sbattimenti è inclusa una lotteria di fine anno, di cui fino ad adesso sono sempre stata solo felice perditrice di biglietti. Già perché mi lamento sempre che non vinco mai nulla ma ci fosse una volta che mi ricordo di controllare… (non è vero, qualche volta lo faccio, qualche volta).
Quest’anno però quella disgraziata di Patasgnaffa ha avuto l’ardire di presentarsi a casa brandendo un carnet di biglietti da vendere.
Dunque, non è che noi siamo delle strane bestie asociali, abbiamo i nostri amici e conduciamo una vita di relazione con il prossimo vivace ed appagante. Però non ci si può definire inseriti nel territorio. Conosco relativamente poche persone e sicuramente non conosco i cognati dei cugini del fratello della moglie del bisnonno. Non ho fatto l’asilo con nessuno di loro, neanche le elementari e a volerla dire tutta neanche le medie. In più ho una scarsissima memoria per i nomi e prima di tracciare vaghe linee genealogiche tra le persone devo conoscerle piuttosto bene.
Questo per dire che in un paese del genere se dai a quasi ogni bambino della scuola un carnet di biglietti da vendere, il mercato si satura in un amen (termine ecclesiastico usato di proposito, non non andiamo neanche a messa, per supportare il concetto di quanto possiamo essere tagliati fuori), e a noi restano veramente pochissime chance di venderne qualcuno, anche perché il novantanove per cento delle persone che abbiamo conosciuto lo abbiamo fatto attraverso la scuola.
Certo ci sono anche i nonni, ma quella gegna di Patasgnaffa ha fatto comprare a NonnaMi i biglietti da un compagno di Patasgurzo, eh sì, perché sono coinvolte anche le scuole medie, e come fai a concorrere con chi fa la ronda del paese in bicicletta nel giorno di mercato?
Allora ho pensato che se vendere i biglietti sarebbe stato impossibile, potevamo provare a vendere qualcos’altro….più il biglietto, che a questo punto doveva essere visto quasi come uno scontrino.
Allora le donne di casa armate di carta crespa e colla (sì la Coccoina, sì ancora lei, sì ha ancora quell’odore lì) hanno fatto dei fiori di carta e sono andate a venderli sul lungo lago.

Un pomeriggio con un sole splendente, una lieve brezza e addirittura un mercato. Sono partita convinta che avremmo finito i biglietti in un batter d’occhio.
All’inizio Patasgnaffa faceva la timida e si vergognava a offrire i suoi fiori. Per fortuna Patagnoma con il suo vocione da carrettiere strillava a gran voce. Peccato che non si capisse esattamente cosa dicesse, un signore però ha percepito la parola “lotteria” quindi son ben fiera di lei.

Man mano che il tempo scorreva e la gente passava indifferente Patasgnaffa ha finalmente perso la sua strana timidezza e ha liberato l’animale da palcoscenico che in lei non sonnecchia quasi mai, anzi si agita parecchio,
E sono stati fiori nei capelli, balletti e canzoni.
Il sole ha brillato più forte e lei era bellissima.
Alla fine abbiamo venduto dieci biglietti. Dieci. Io sarò pure una madre accecata ma davvero non capisco come sia stato possibile.
Per fortuna l’unica a risentirsene sono stata io perché la vita per le mie piccole fioraie scorre lieve e felice, alla faccia di tutti quelli che senza capire hanno detto “i biglietti ce li ho già”

NAAN

Oggi era il venerdì, uno di quelli che io chiamo #maledettagelmini. Uno di quelli in cui sono andata a scuola per il laboratorio di cucina. Io che ho un marito che cucina e che ormai non lo faccio quasi più.
Che poi devi trovare ricette veloci, che non debbano essere conservate in frigorifero e che siano facili da trasportare a casa. Si accettano consigli, ma anche tanti eh!
Tra l’altro questa settimana non mi ero preparata e quando la maestra di Patasgnaffa mercoledì mattina alle 9 mi ha chiamato per sapere cosa avrei fatto, mi sono sentita come quando la prof ti chiamava alla cattedra e tu non avevi studiato.
Fortunatamente negli anni devo aver sviluppato la capacità di arrampicarmi sugli specchi, perché una volta, quando mi sarebbe più servita, non ce l’avevo proprio.
E così, visto che domenica eravamo andati al ristorante indiano e Patasgnaffa aveva mangiato quasi solo il pane perché il resto era troppo piccante, ho detto che avremmo fatto il Naan.
Richiede una lievitazione breve, si cuoce in padella, e si trasporta nella stagnola. Perfetto.
Per prepararlo bastano 300 gr di farina con tre cucchiaini di zucchero e due di sale. Ho usato una bustina di lievito istantaneo perché quando il tempo è ridotto i magheggi vanno fatti. Abbiamo aggiunto un vasetto di yogurt, due cucchiai di olio e due di acqua calda. Hanno impastato divertendosi un sacco ,e quella che aiuta la mamma a fare il pane (non Patasgnaffa ovvio) si è distinta subito per tecnica e bravura. Volevo andarmene e lasciare lì lei.

Abbiamo fatto delle palline che i bambini hanno steso con il mattarello, a quel punto io ho cotto un panino per volta per due minuti in una pentola con il coperchio. La prossima volta porto due pentole, altrimenti invecchio in quella cucina, devo ancora farci la mano!
Mentre io cuocevo ho fatto scrivere la ricetta ai bambini, facendogliela ricostruire da soli. Magari così se la ricorderanno meglio. O magari no, intanto io però sono riuscita a cuocere il pane senza danni collaterali.

Ora avete due settimane per farvi venire un’altra idea. Io magari cucirò delle cuffiette ai bambini perché quelle lì di carta non si possono davvero vedere.

IL TEMPO, LA SCUOLA E LE PALLINE DI COCCO

Una volta ero capace di scrivere post al volo. Ritornando indietro nel tempo, e ormai ne è passato parecchio, le parole aumentano e le immagini spariscono.
Mi bastava quel poco tempo rubato qua e là per scrivere di qualche scemenza fatta dal Patasgnaffo di turno, allora tra l’altro eran solo due. Niente di che, piccole facezie che era divertente romanzare un po’. Perché la vita bisogna saperla vivere, ma i ricordi è bello indorarli sempre un pochino, poiché anche il tempo passato fa di noi ciò che siamo, e se sembra più bello diventiamo più belli anche noi.
Poi però ho iniziato a vedere il mondo anche in tre terzi, vedendo foto dove ancora non c’erano. Di chi sia stata la colpa non so, forse delle digitali, facili ed immediate, per un’incompetente, pigra e impaziente quale io sono, una manna dal cielo. E’ stata colpa di Casa Facile, che mi ha spinto a fotografare non solo i piedini dei bambini, quelli belli e cicciottosi da mordere, ma anche quelli dei divani….e vi assicuro anche lì ce ne sono alcuni così belli che mi verrebbe voglia di morderli. La mazzata finale è stata poi Instagram;  c’è chi parla ormai di patologia, ma se io son malata, son contenta così, mi godo gli istanti anche se li fotografo.
Fatto sta che scrivere un post è diventato più laborioso, perché le immagini, più delle parole, necessitano di cure, che ancorché minime portano via tempo. Tempo, quella cose che mi sfugge come sabbia tra le dita, che come vento impetuoso fa scorrer via i miei pensieri, come nuvole in un cielo mutevole, belle da guardare ma talvolta inafferrabili.
E allora finisce che  scrivo meno, ma oggi mi viene così, di fare una ratatouille di post non scritti, per sentirmi meno in affanno, per chiaccherare un po’. Certo avrei da finire i vestiti di carnevale, ma magari ci pensano i topolini, non si sa mai (posto che non se li siano mangiati tutti i patagatti).
Dopo un lungo inverno di pioggia, con gli occhi alzati per cercare un’arcobaleno, che in assenza di sole nicchiava ad uscire, son riuscita finalmente a trovare una parrucchiera che mi facesse i capelli multicolore. Io avrei osato anche di più, ma per ora mi accontento e cerco di non pensare che sia solo una crisi di mezza età.
Ovviamente anche le bambine hanno voluto un po’ di colore, e anche se ci abbiamo messo due settimane, driblando tra impegni e malattie sparse qua e là, finalmente Patagnoma ha avuto la sua ciocca viola e Patasgnaffa anche una “fussia”. Patasgurzo povero non solo è ancora biondo ma vorrebbe anche sfrondar la chioma, non si sa mai che domani ci riusciamo.
Ecco, parlando di lui, è finalmente senza gesso. Padroneggia il suo nuovo cellulare, forse anche troppo, ma è riuscito ad organizzare un torneo di subuteo, che vuol dire tre giornate con cinque bambini diversi (sì, son pronta per la beatificazione), tutto da solo, senza che io dovessi fare una telefonata. E questo mi ha reso molto felice. Un po’ meno felice è stato sentirmi rimproverare di vestirlo troppo colorato, ma in fondo sapevo che prima o poi sarebbe dovuto succedere.
Adesso che son partita non mi fermerei più, avrei da raccontarvi che i due grandi hanno trovato almeno un gioco da fare insieme e che le due piccole hanno iniziato a litigare un po’. Potrei parlarvi di merende, pomeriggi pigri e finalmente giornate di sole. Vorrei raccontarvi dei miei zoccoli nuovi, ma su quello vorrei addirittura fare un post.

Magari rallento e comincio a scrivere quello per cui mi sono messa al computer, con le mani lisce e profumate di biscotto.
La storia potrebbe essere lunghina, perché inizia almeno sette anni fa con la cara Gelmini che ha iniziato a smembrare la nostra povera scuola. E così le maestre si sono trovate sempre più in affanno, con nuvole da rincorrere più nere e veloci delle mie.
Allora ha cominciato Nonnami, a regalare parte del suo tempo e insegnare un po’ d’arte. E’ andato Patapà a parlar di terremoti. E poi sono arrivata io, quella che fa tutto, ma non è specialista in nulla.
Sono stati laboratori con lana, feltro, carta, pasta di pane, ricicli vari. Piccole meraviglie nella loro sbalorditiva imperfezione.

Oggi ho letto un libro, stando dietro la cattedra, la qual cosa, devo essere sincera, mi ha emozionata un po’.
E poi sono stata in cucina a fare palline di cocco, ecco perché le mie mani sono lisce e profumate di biscotti (il vero motivo è che il sapone della scuola è talmente diluito che non lava via nulla, ma sta volta va bene così).
In cucina ci tornerò ancora, abbiamo grandi progetti, e la mia intenzione è riportarvi poi la ricetta eseguita, così, anche giusto per ottimizzare e conciliare un po’ tutti gli aspetti di questa giroscopica vita.
Dedico volentieri il mio tempo alla scuola perché trovo che sia importante imparare a far le cose con le mani, soprattutto in un mondo che tende sempre più al virtuale. Perché i bambini per imparare hanno bisogno anche di divertirsi e di staccare un po’. Perché a una richiesta di aiuto, ancorché implicita, non so di di no. E soprattutto per guadagnarmi l’incredibile privilegio di vedere i miei figli a scuola. Di conoscere ognuno di loro compagni. E se questo vi sembra poco…

PALLINE DI COCCO

Prendete 100 gr di biscotti, magari anche qualcosina in più perchè durante la lotta qualcosa potrebbe andar perso. Rompeteli a pezzetti e adagiateli su uno strofinaccio. Richiudetelo, serrate i pugni e sfogate la vostra rabbia (da qualche parte c’è, anche se piccola, trovatela e fatela sparire). Probabilmente dovrete finire con il mattarello. Sicuramente avreste fatto prima con un robot da cucina, ma così è più divertente e poi non è che la cucina della scuola sia attrezzata come quella di Masterchef.
Ai biscotti sbriciolati aggiungere due cucchiai di zucchero, un cucchiaio e mezzo di cacao e 50 grammi di farina di cocco. Mescolate bene e poi aggiungete 50 grammi di burro fuso e un uovo. Se siete maggiorenni anche un cucchiaio di rhum.
Prendete ora il composto e strizzolandolo bene, senza scoraggiarvi per lo sbriciolamento iniziale, formate delle piccole palline. Ne vengono 33, ne sono scura, perchè lavorando con tre gruppi diversi è sempre venuto lo stesso numero di palline. Questa è scienza signori miei.
Passate le palline nella farina di cocco e mettetele nel frigo. Non so per quanto perchè io poi me ne sono andata da scuola!

SCAMPATA STRAGE DI RENNE

E’ iniziato a fine Novembre, le maestre che ti chiedono di dare un mano con i lavoretti di Natale. Pochissimo il tempo per elaborare un progetto ma al volo nascono quattro renne. Al volo vengono reclutate tre cavie, che rivelano abili mani e la cosa sembra facile, agile e snella. Anche Patagnoma riesce a fare la sua.
Già le amo queste renne.

Poi i pomeriggi a scuola, i bambini alla spicciolata quattro o cinque per volta, le mani  un po’ meno abili, le risate e gli allegri pasticci a rallentare i lavoro, perfettamente imperfetto. E così anche qualche mattina viene trascorsa a scuola. Per respirare i ritmi e scorgere i volti che ogni giorno accompagnano la giornata di Patasgnaffa. Alla fine un privilegio.
Ma le classi sono tre, quasi sessanta renne, e a questo punto le amo un pochino di meno.
Ah, certo, aiutiamo anche le vecchie maestre di Patasgurzo con i lavoretti, e come dire di no. E quasi metà scuola mi chiama maestra. Che ridere.

I giorni di scuola sono ormai agli sgoccioli e alle renne viene data la libertà. Un’amica (sì, dico a te), ottenebrata dal freddo pensa che potrebbero essere dei segnaposti carini per la tavola di Natale e così viene organizzato un pomeriggio di puro sfruttamento minorile.

Ma all’ultimo non ce la fai, un’altra renna e potresti fare una strage. A Babbo Natale poi toccherebbe andare in giro in ferrari (perché è rossa ovviamente).
Ripieghi quindi su paffuti alberelli di cotone.

Sopravvivere al Natale è una disciplina olimpica!