TAZZE PUDICHE

Ci sono quelle cose che vedi in giro per l’internet per mesi, le guardi e non le capisci proprio, ma poi un demone del nonsense, quella parte ribelle che è in te, che non si capisce bene perché debba proprio farti ribellare a te stessa, ti fa riprodurre proprio quelle cose che ti sembravano o brutte o inutili o incredibilmente stupide. Ma stupirsi nella vita è uno dei pochi modi per continuare a sentirsi vivi…anche a costo di darsi degli idioti da soli.

Mi era successo con i telai, o come diavolo si chiamano non l’ho mai capito. Alla fine ho cominciato a farli pure io, senza telaio, vabbé, perché non ho la pazienza sufficiente, ma già sono idiota, non posso anche essere paziente.

Adesso mi è successo con le tazze, vestite. Di lana. Cioè qual’è il punto della cosa? tengono caldo il the? È anche possibile, e per carità, io sono la prima a prepararmi tazze enormi che abbandono in giro per casa, ritornandoci quando il liquido ambrato è ormai irrimediabilmente freddo. Però…però poi come diavolo fai a bere da una tazza con il cappotto?

hot

Però, non c’è niente da dire, sono carine e così per Natale ne ho fatte un po’, che ho venduto a un mercatino o ho regalato a gente a cui pure voglio bene.

drinkme

Le due che mi sono avanzate le sto usando. Nude. Perché sono idiota, spudorata e pure un po’ stronza (ops).

poison

LA PALANDRA

A lavorare a maglia me lo ha insegnato una vecchia suora, furba come una volpe, che ha vinto le mie resistenze da mancina convincendomi che aveva imparato a lavorare di sinistra solo per poterlo insegnare a me. Credo che abbia dovuto sgranare parecchi rosari poi, perché solo qualche anno fa ho scoperto che mi aveva truffata e che lavoro come una destrorsa, ma si sa che la mente fa il novanta per cento della fatica, sempre.

Il mio primo lavoro è stato un cappellino blu, a cui la povera donna ha tirato su più punti caduti che sospiri, e poi sono stati anni infiniti di presine sghembe che mia nonna mi rifiniva all’uncinetto e che nessuno usava perché ci si scottava comunque le dita.

Negli anni dell’università sono passata direttamente dalle presine ai maglioni, senza passare dalle sciarpe, che tanto diritte non mi venivano mai . Maglioni tinta unita, ma poi anche con trecce e persino con jaquard, ma  decisamente sformati. Oh sì se erano sformati. Giganteschi e sformati, che però con i pantaloni a zampa e le clarks avevano pure una loro ragione di esistere ( …e sorridevi e sapevi sorridere, coi tuoi vent’anni portati così, come si porta un maglione sformato su un paio di jeans…).

Ho ripreso i ferri in mano per riempire i miei bambini di gilet, che li hanno accompagnati dal primo giorno di vita fino ai 5 o 6 anni. Poi diventavano troppo lunghi (i bambini), e io sono per progetti che riesco a finire in un paio di sere al massimo.

Ma una cosa l’hanno sempre avuta in comune tute le mie “creazioni”, erano assolutamente sghembe, imperfette e orribilmente rifinite. Al solito finisco per farne un punto di onore, che ribaltare la realtà è sempre un alibi perfetto.

Quest’inverno l’ho passato avvolta in un maglione superstite degli anni dell’università e così, piano piano mi è venuta voglia di riprendere i ferri che negli ultimi anni quasi non avevo più toccato in favore dell’uncinetto, e così è nata una nuova palandrana, perché altro nome non potrebbe avere.

Lavorando a briglia sciolta, dimenticando di contare i punti e comunque non avendo la più pallida idea di cosa fare una volta dopo averli contati, ho dato vita a questa “cosa” che potrebbe essere definita una coperta da passeggio.palandraE per carità ha una sua utilità, mi tiene calda in casa mentre lavoro o guardo qualcosa su Netflix (ultimamente lo faccio spesso..ehm) e va benissimo anche per uscire a recuperare i ragazzi al volo.

Quindi ero piuttosto soddisfatta di lei. Poi venerdì scorso, grazie a Gaia Segattini, sono andata a conoscere Giuliano e Giusy Marelli nel loro atelier.

È stata un’esperienza intensissima, perché sono una forza della natura. Ci hanno raccontato della loro storia, un vero e proprio intreccio di amore e passione, lavoro e creatività, che li ha portati a reinventare il mondo dell’handmade negli ultimi quarant’anni. Hanno tirato fuori dai bauli vecchi corredi, ridandogli nuova ragione di esistere e fresca linfa vitale, hanno ridato voce a tecniche che nessuno voleva più ascoltare. Ma soprattutto hanno intrecciato ferri e fili, per tutta la loro vita, creando delle cose che definire vestiti è decisamente riduttivo.

Quando sono tornata ho provato un moto di fastidio verso la mia palandrana, ma poi ha rinfrescato e me la sono infilata, e sono stata meglio.palandranaCredo che sia meraviglioso che al mondo ci siano mani e menti capaci di creare meraviglie e oggetti perfetti come opere d’arte. Però credo sia anche importante provare comunque a fare le cose, muovendosi nei propri limiti, se li troviamo confortevoli e non sentiamo il bisogno di superarli. Se poi vengono ciofeche informi, pazienza, ci avranno impegnato del tempo che avremo ben speso, e saranno parte di noi più di qualsiasi cosa perfetta possiamo comprare.io e la palandranaEcco, magari prima di regalarle, pensiamoci un pochino sopra….

FALSO TELAIO

Siamo come barchette di carta in un oceano di stimoli, l’ho già detto, sì l’ho già detto.
Veniamo continuamente in contatto con immagini bellissime e perfette. Che ci invitano a entrare in mondi nuovi, che ci suggeriscono idee che dobbiamo correre a realizzare subito, che piantano semi dalla lenta fioritura.
È un bel po’ che i molti profili Pinterest e Instagram che seguo propongono piccoli manufatti in telaio che vengono poi appesi al muro.

Una nuova moda, una delle tante, una che mi ha fatto torcere il naso. Però la lezione l’ho imparata anni fa quando avevo decretato che i pois fossero roba morta e sepolta. Già, ci avevo preso in pieno. Quindi ora torco il naso, ma evito di prendere posizioni definitive.
Questi piccoli arazzi in fondo erano potenziali bombe di lana colorata, insomma, qualcosa a cui pensare.

Però il telaio è fuori dalla mia portata, per ora, ancora non ho digerito il trauma di non aver capito le istruzioni di quello con cui fare i braccialetti che avevo da piccola. Seguire istruzioni precise e dettagliate non è nelle mie corde, e su questa cosa penso di poter prendere una posizione abbastanza definitiva.

Però aggirare gli ostacoli mi piace molto e mi sono ricordata di aver realizzato a Patasgurzo bebè un gilerino con un punto che si chiamava “tessuto”, che aveva richiesto una quantità di lana esagerata e lo faceva sembrare un signorotto di campagna.
E così ho fatto un piccolo arazzo, a modo mio, e se devo essere sincera, inizio a prenderci gusto.
Come non sono brava a seguire le istruzioni non sono brava a darle, lo dimostra la scarsità di tutorial di questo blog. Ho pensato allora di spiegarvi il punto tessuto cercando qualche link sufficientemente esaustivo. Bene, da quel che ho capito mi sa che il punto che ho fatto non è il punto tessuto, però visto che funziona lo stesso vi dirò come ho fatto.

Ho messo un numero dispari di punti e ho iniziato a lavorare il primo punto a rovescio. Il successivo, che avrebbe dovuto essere un diritto come in una maglia riso, non l’ho lavorato e ho passato il filo sul retro del lavoro. Poi ho fatto un punto a rovescio e così via. Il ferro successivo ho saltato il primo punto, che avrebbe dovuto essere un rovescio passando il filo sul davanti del lavoro, e ho lavorato il secondo con un punto diritto…e così via, fino all’infinito e oltre.

NATALE SULLE NUVOLE

Non ho capito come è successo, ma si mormora in giro che tra 25 giorni sia Natale.
Io ho ancora le zucche di Hallowen fuori e sta cosa che il tempo passi senza il mio permesso mi irrita abbastanza.
E non è perché non ho fatto nessun regalo e non sono particolarmente ispirata quest’anno.

E non è perché non ho ancora fatto l’albero.

E non è perché non ho ancora mangiato il panettone, perché quello l’ho mangiato a Ottobre con la scusa che Nonnolu partiva.

È che ho accettato di partecipare al mercatino di Natale che faranno al paesello. Certo mi avevano detto che sarei stata al chiuso e invece sarò fuori. Per tutto il giorno. Sto morendo di freddo preventivamente.
Ma non è neanche per questo che sono attonita al limite dell’atterrito, è che non ho fatto ancora praticamente nulla…il poco che ho fatto conferma un solo semplice incontestabile fatto.
Che ho la testa sulle nuvole!