FALSO TELAIO

Siamo come barchette di carta in un oceano di stimoli, l’ho già detto, sì l’ho già detto.
Veniamo continuamente in contatto con immagini bellissime e perfette. Che ci invitano a entrare in mondi nuovi, che ci suggeriscono idee che dobbiamo correre a realizzare subito, che piantano semi dalla lenta fioritura.
È un bel po’ che i molti profili Pinterest e Instagram che seguo propongono piccoli manufatti in telaio che vengono poi appesi al muro.

Una nuova moda, una delle tante, una che mi ha fatto torcere il naso. Però la lezione l’ho imparata anni fa quando avevo decretato che i pois fossero roba morta e sepolta. Già, ci avevo preso in pieno. Quindi ora torco il naso, ma evito di prendere posizioni definitive.
Questi piccoli arazzi in fondo erano potenziali bombe di lana colorata, insomma, qualcosa a cui pensare.

Però il telaio è fuori dalla mia portata, per ora, ancora non ho digerito il trauma di non aver capito le istruzioni di quello con cui fare i braccialetti che avevo da piccola. Seguire istruzioni precise e dettagliate non è nelle mie corde, e su questa cosa penso di poter prendere una posizione abbastanza definitiva.

Però aggirare gli ostacoli mi piace molto e mi sono ricordata di aver realizzato a Patasgurzo bebè un gilerino con un punto che si chiamava “tessuto”, che aveva richiesto una quantità di lana esagerata e lo faceva sembrare un signorotto di campagna.
E così ho fatto un piccolo arazzo, a modo mio, e se devo essere sincera, inizio a prenderci gusto.
Come non sono brava a seguire le istruzioni non sono brava a darle, lo dimostra la scarsità di tutorial di questo blog. Ho pensato allora di spiegarvi il punto tessuto cercando qualche link sufficientemente esaustivo. Bene, da quel che ho capito mi sa che il punto che ho fatto non è il punto tessuto, però visto che funziona lo stesso vi dirò come ho fatto.

Ho messo un numero dispari di punti e ho iniziato a lavorare il primo punto a rovescio. Il successivo, che avrebbe dovuto essere un diritto come in una maglia riso, non l’ho lavorato e ho passato il filo sul retro del lavoro. Poi ho fatto un punto a rovescio e così via. Il ferro successivo ho saltato il primo punto, che avrebbe dovuto essere un rovescio passando il filo sul davanti del lavoro, e ho lavorato il secondo con un punto diritto…e così via, fino all’infinito e oltre.

CON I TAPPI SI PUÒ FARE….

Domani è un gran giorno, un giorno a cui Patapà si è preparato per mesi, per anni se vogliamo mettere in conto quelli passati a rincorrere una delle sue passioni, il vino.

No, non è un alcolista, è un somellier, anche se non mi risulta abbia mai sputato del vino, quanto meno del vino buono.
Sta volta ha deciso di buttarsi in una folle avventura come organizzare una fiera di vini. Che sarà domani a Ispra, alla mensa del CCR che poi è il posto dove lavora.
Lo so che questo post arriva tardi, ma sapete che sono sempre sul pezzo, ma domani dura tutto il giorno, un giorno di probabile pioggia, quindi non avrete molto da fare.

Venite per bere del buon vino certo, ma anche per ammirare i miei pompon. Perché Patapà mi ha lasciato curare l’allestimento e stranamente ho pensato a pompon e bandierine. Pompon di carta, come nella migliore tradizione, ma visto l’argomento io i pompon li ho fatti anche con i tappi di sughero.

Inizio a preoccuparmi, probabilmente sarei capace di fare pompon con qualsiasi cosa!
Se volete farli anche voi prendete dei turaccioli e allargate i buchi che già dovrebbero esserci sui tappi usati. Già perché ho scoperto che i cavatappi fanno buchi chirurgici che pic-indolor non è nulla a confronto. Quindi infilateci dentro uno stuzzicadente che infilzerete in una palla di polistirolo. Mettete però anche una goccia di colla a caldo se non volete che il vostro lavoro certosino duri meno del tempo che ci avete impiegato a farlo.
Certo se venite a vederli dal vero, capite meglio come sono fatti, vi aspetto a Enolago!

IMPUT

Ormai siamo immersi in un mare di imput. Qualche idea magari ci sembra originale, magari lo è, ma molte sono state stimolate da cose fatte da altri. E questo non è assolutamente un male.
Certo se uno dovesse dare retta a tutti gli imput che riceve, dovrebbe smettere anche di respirare per portare a termine tutte le idee che gli nascono in testa.
Per questo molti imput si spengono dopo poco, altri vengono ingabbiati in cartelle elettroniche, altri si depositano nel fondo del cervello, per tornare fuori….ehm magari anche come inconsapevole idea geniale.
Ci sono imput però che sono più forti, forse perché appena accennati, forse perché sono una sfida o forse perché ti raggiungono nel momento giusto.
E a quel punto non c’è più niente da fare. Puoi avere il bucato da stendere, la cena da preparare i bambini da prendere a scuola (no, quello non puoi saltarlo, fai un bel respiro e rimanda di mezz’oretta) ma quell’ imput ha acceso qualcosa e non puoi più fermarti.
Una cosa così mi è successa qualche giorno fa quando Gaia (Segattini, aka Seigattini…capirete che una Gaia Ottogalli già si innamora anche solo semanticamente parlando) ha postato su Instagram delle foglie di magnolia….fiori lussureggianti dirà qualcuno di voi, profumo inebriante aggiungerà qualcun’altro…foglie malefiche dirò invece io.
Eh già con la magnolia io ho un rapporto di amore e odio. Per anni ho portato il suo profumo, guardo con cupidigia i suoi fiori (inutile raccoglierli, non dureranno), ma da quando abito nella Patacasa il mio rapporto con la nobile pianta si è decisamente incrinato.
Dovete sapere che al confine del mini Patagiardino, a ridosso della casetta dello zioAndrea svetta un’ imponente magnolia. Quando dico che è a ridosso della casetta, lo dico testualmente, se non interveniamo una mattina di queste il povero ZioAndrea verrà destato non dalla sveglia ma da una radice della magnolia che gli bussa gentilmente alla spalla. Con i suoi ricchi rami poi tiene in ombra la Patacasa, cosa che in estate è anche gradevole, ma in inverno porta via luce davvero preziosa. Luce che viene negata anche alle piante del piccolo Patagiardino. Sono sicura che le azalee stiano organizzando una mobilitazione sindacale, e il rododendro intenda far causa per procurate vertigini.
Ma questo non è nulla in confronto al disturbo che arrecano a me le sue foglie quando cadono in terra. Cioè praticamente sempre, e se ne restano lì coriacee e indistruttibili finché io non mi decido a raccoglierle, cosa che lo ammetto, non faccio quasi mai.
Coriacee e indistruttibili, una caratteristica negativa se vuoi occuparti della pulizia del cortile il meno possibile, ma forse interessante se decidi di fare qualcosa con quelle foglie…niente, Gaia è un genio, mica per niente la chiamano la Guru del Conero!

Ho preso i bambini a scuola e prontamente li ho abbandonati a loro stessi… io avevo da fare e sono una persona che stabilisce le sue priorità molto rigidamente….

Questo è quello che ho fatto io…ora correte a vedere cosa a fatto lei, ma prima se non lo avete fatto, prendete i bambini a scuola, suvvia che è l’ultimo giorno, e passate in libreria a comprare il suo meraviglioserrimo libro, che è pure tempo di cambio degli armadi (probabilmente voi lo avete già fatto, sia comprato il libro che il cambio degli armadi. Io il libro ce l’ho da un pezzo, e il cambio degli armadi l’ho fatto a novembre…più o meno, vale?)

FESTE IN VACAZA: il garage portatile

In queste lunghe vacanze ci sono anche state non una, non due, bensì tre feste di compleanno. E meno male, un pomeriggio in meno in cui cercare di intrattenere i pargoli.
Però che io sia poco organizzata è un dato di fatto, io ci provo, mi segno anche le cose sul calendario. Certo, poi dovrei anche ricordarmi di guardarlo, almeno di tanto in tanto.
E così la prima festa a cui siamo andati era il 25 aprile. Ero tornata a casa il giorno prima, non avevo ancora disfatto le valigie (neanche adesso se è per quello), figuriamoci se avevo un regalo per un giovane fanciullo di due anni.
E così ho messo a frutto le ore passate su Pinterst e ho fatto un piccolo garage portatile.
Ho preso due pezzi di stoffa rettangolari, uno in tela cerata per l’esterno, uno in cotone per l’interno.
Una striscia per la strada, una più alta per il garage, e dei cordini per le maniglie e la chiusura.

Per prima cosa ho fatto l’interno, cucendo sul lato superiore la striscia grigia, che altro poi non sarebbe che la strada, quindi ricordatevi di tracciare le righe tra le carreggiate per evitare spiacevoli incidenti.

Poi ho fatto un orlo alla striscia più alta e l’ho appoggiata sul bordo inferiore. Ho cucito tante righe verticali quante erano le macchinine che potevano starci (sono precisissima, lo so, non fatemi arrossire), lasciando liberi i lati.
Mi sono poi occupata della parte esterna in tela cerata. Ho ritagliato una macchinina da una stoffa molto carina e l’ho semplicemente incollata utilizzando la Coccoina per tessuti. Sì, esiste, funziona e ha quel pazzesco odore.
Ho messo il lato con pista e garage e quello in cerata dritto contro dritto e ho cucito solo i lati.

Una volta risvoltato il lavoro ho fatto una piccola cucitura esattamente nel mezzo, in orizzontale, in modo che non scappasse via il cartoncino che avevo inserito sul lato strada per renderla più rigida e migliorare la resa delle macchinine. Un ingeniere aerospaziale mi fa un baffo a me.
Poi ho ripiegato leggermente all’interno i lati superiore e inferiore, inserendo due cordoncini come maniglie e due per chiudere con un fiocchetto. Una bella cucitura e via, di corsa alla festa….

See, vi piacerebbe, avete presente chi vi sta spiegando come fare cosa? Quanti tutorial ci sono in questo blog? Quante ricette perfettamente riuscite?
Dunque eravamo rimaste a me che chiudevo il garage felice e mi apprestavo a impacchettarlo. Le macchinine però erano di un’ idea diversa e sono subdolamente sgusciate fuori dai loro bellissimi alloggi. Cioè stiamo parlando di una stoffa Petit Pan, nessuno sano di mente vorrebbe mai uscirne!
Tempo per rifare tutto non ce n’era, e a dirla tutta neanche un progetto più valido. L’ingeniere aerospaziale che è in me si era esaurito con il rinforzo della pista.
Però molto può fare la disperazione, e così ho provato a cucire del velcro subito sopra l’uscita del garage.
Che dire, il lavoro aveva più cuciture di quante ne avessi previste (mettete il velcro quando ancora non avete cucito il fuori con il dentro e l’effetto finale sarà meno…paciugato, date retta a me), però funzionava! E la festa è stata molto piacevole, se volete saperlo.
Patapin

ERA MEGLIO FARE UNA TORTA

Settimana scorsa Patagnoma è stata malata, una febbriciattola non abbastanza forte da stenderla, quindi abbiamo dovuto trovare un’alternativa ai puzzle perché sono troppo frustranti. Per me perché lei li finisce più in fretta.
La notte precedente l’avevamo passata in gran parte sul divano a guardare la televisione perché dormire con la febbre in questa casa non pare essere di moda.
In realtà io guardavo la televisione cercando di non addormentarmi, lei guardava video su youtube, via via sempre più improbabili.
Quello più visto è stato uno in cui una mano pelosa mescolava via via ingredienti diversi fino ad ottenere una pasta modellabile.

Inutile dire che la mattina non abbiamo potuto esimerci dall’emulare la mano.
Ho cercato una ricetta che comprendesse gli ingredienti che avevo in casa. Ovviamente non l’ho trovata e così mi sono ritrovata mescolare ingredienti “voglio ma non posso”.
La farina ce l’avevo. Bene. Il sale pure, anche se ho dato fondo alla scorta. Il cremor tartaro non ce l’avevo, l’avevo finito facendo dolci. Incredibile già che un ingrediente così strano sia transitato nella mia cucina. Quindi l’ho sostituito con bicarbonato e un pizzico di lievito, perché se fosse stata una torta avrei fatto così. Avevo anche l’olio, e non l’ho neanche usato tutto.
Coloranti alimentari ne avevo a paccate, perché le frivolezze qui non mancano mai.

E così abbiamo versato, mescolato, strizzato ed impastato per un tempo incredibilmente lungo fino ad ottenere quattro panetti di una pasta morbida e colorata.
Patagnoma ha subito mischiato tutti i colori creando un serpentone multicolor che sembrava finito sotto a un Tir, poi si è stufata ed è andata a leggersi un libro.
Io, assolutamente in maniera non spontanea, ho dato vita a Barbalalla. Non avevo finito di metterle i fiori tra i capelli (capelli?) che peggio di un soufflè, si è sgonfiata, trasformandosi in una sorta di bignè verde.

Inutile dire che l’esperimento non è riuscito, inutile dire che, essendo una ricetta fallimentare, non potevo esimermi dal divulgarla. Ho una fama da difendere.