IL PAVONE E IL FENICOTTERO

L’alba era davvero magnifica quella mattina. Il blu della notte, come il velluto del mare profondo, lentamente scoloriva e si tingeva di un rosa delicato e allo stesso tempo vibrante e pieno di promesse. Era molto stanca, la notte era stata faticosa, aveva bisogno di riposare, lasciarsi alle spalle l’oscurità e addentrarsi in un mondo meno quieto, ma più vivo.

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La strada che saliva verso casa era ripida e un sottile strato di ghiaccio la rendeva scivolosa. Dovette fermarsi, prendere fiato e ritrovare l’equilibrio che ormai da troppo tempo le sfuggiva. Fu allora che li vide, ai piedi del triste salice che ciondolava la sua lunga chioma. Due piccole uova, che dell’alba avevano il rilucente splendore, quasi avessero rubato il candore dei raggi di luna. Uno era blu, e uno era rosa. Sembravano delicati e fortissimi allo stesso tempo.pavone3fenicottero1

Guardandosi furtiva intorno li raccolse. non un filo di vento si mosse, non un suono riempì il silenzio. Tutto era sospeso e perfetto, come se fosse destino.

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Arrivata a casa veloce e infreddolita si infilò sotto le coperte ed esausta prese la strada per i suoi sogni.

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Quando la sera reclamò nuovamente tempo per sé, aprì cli occhi. Li richiuse. Scrollò la testa. Era sveglia ormai, ma i suoi sogni erano ancora lì con lei.

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Le due piccole uova perfette non c’erano più, al loro posto un magnifico pavone, adornato dei colori della più lussureggiante e profumata notte, e un fiammante fenicottero che del sole aveva rubato la gioia e la luce.

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Da allora la sua vita non fu più come prima, tutto ritrovò un senso e l’equilibrio un tempo perso fu per sempre ristabilito.

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Non so di che patologia si tratti, ma pare che per carnevale io riesca a pensare solo a volatili, se qualcuno conoscesse la cura o quanto meno la prognosi, me lo faccia sapere. Grazie.

FALSO TELAIO

Siamo come barchette di carta in un oceano di stimoli, l’ho già detto, sì l’ho già detto.
Veniamo continuamente in contatto con immagini bellissime e perfette. Che ci invitano a entrare in mondi nuovi, che ci suggeriscono idee che dobbiamo correre a realizzare subito, che piantano semi dalla lenta fioritura.
È un bel po’ che i molti profili Pinterest e Instagram che seguo propongono piccoli manufatti in telaio che vengono poi appesi al muro.

Una nuova moda, una delle tante, una che mi ha fatto torcere il naso. Però la lezione l’ho imparata anni fa quando avevo decretato che i pois fossero roba morta e sepolta. Già, ci avevo preso in pieno. Quindi ora torco il naso, ma evito di prendere posizioni definitive.
Questi piccoli arazzi in fondo erano potenziali bombe di lana colorata, insomma, qualcosa a cui pensare.

Però il telaio è fuori dalla mia portata, per ora, ancora non ho digerito il trauma di non aver capito le istruzioni di quello con cui fare i braccialetti che avevo da piccola. Seguire istruzioni precise e dettagliate non è nelle mie corde, e su questa cosa penso di poter prendere una posizione abbastanza definitiva.

Però aggirare gli ostacoli mi piace molto e mi sono ricordata di aver realizzato a Patasgurzo bebè un gilerino con un punto che si chiamava “tessuto”, che aveva richiesto una quantità di lana esagerata e lo faceva sembrare un signorotto di campagna.
E così ho fatto un piccolo arazzo, a modo mio, e se devo essere sincera, inizio a prenderci gusto.
Come non sono brava a seguire le istruzioni non sono brava a darle, lo dimostra la scarsità di tutorial di questo blog. Ho pensato allora di spiegarvi il punto tessuto cercando qualche link sufficientemente esaustivo. Bene, da quel che ho capito mi sa che il punto che ho fatto non è il punto tessuto, però visto che funziona lo stesso vi dirò come ho fatto.

Ho messo un numero dispari di punti e ho iniziato a lavorare il primo punto a rovescio. Il successivo, che avrebbe dovuto essere un diritto come in una maglia riso, non l’ho lavorato e ho passato il filo sul retro del lavoro. Poi ho fatto un punto a rovescio e così via. Il ferro successivo ho saltato il primo punto, che avrebbe dovuto essere un rovescio passando il filo sul davanti del lavoro, e ho lavorato il secondo con un punto diritto…e così via, fino all’infinito e oltre.

NATALE SULLE NUVOLE

Non ho capito come è successo, ma si mormora in giro che tra 25 giorni sia Natale.
Io ho ancora le zucche di Hallowen fuori e sta cosa che il tempo passi senza il mio permesso mi irrita abbastanza.
E non è perché non ho fatto nessun regalo e non sono particolarmente ispirata quest’anno.

E non è perché non ho ancora fatto l’albero.

E non è perché non ho ancora mangiato il panettone, perché quello l’ho mangiato a Ottobre con la scusa che Nonnolu partiva.

È che ho accettato di partecipare al mercatino di Natale che faranno al paesello. Certo mi avevano detto che sarei stata al chiuso e invece sarò fuori. Per tutto il giorno. Sto morendo di freddo preventivamente.
Ma non è neanche per questo che sono attonita al limite dell’atterrito, è che non ho fatto ancora praticamente nulla…il poco che ho fatto conferma un solo semplice incontestabile fatto.
Che ho la testa sulle nuvole!

FESTE IN VACAZA: il garage portatile

In queste lunghe vacanze ci sono anche state non una, non due, bensì tre feste di compleanno. E meno male, un pomeriggio in meno in cui cercare di intrattenere i pargoli.
Però che io sia poco organizzata è un dato di fatto, io ci provo, mi segno anche le cose sul calendario. Certo, poi dovrei anche ricordarmi di guardarlo, almeno di tanto in tanto.
E così la prima festa a cui siamo andati era il 25 aprile. Ero tornata a casa il giorno prima, non avevo ancora disfatto le valigie (neanche adesso se è per quello), figuriamoci se avevo un regalo per un giovane fanciullo di due anni.
E così ho messo a frutto le ore passate su Pinterst e ho fatto un piccolo garage portatile.
Ho preso due pezzi di stoffa rettangolari, uno in tela cerata per l’esterno, uno in cotone per l’interno.
Una striscia per la strada, una più alta per il garage, e dei cordini per le maniglie e la chiusura.

Per prima cosa ho fatto l’interno, cucendo sul lato superiore la striscia grigia, che altro poi non sarebbe che la strada, quindi ricordatevi di tracciare le righe tra le carreggiate per evitare spiacevoli incidenti.

Poi ho fatto un orlo alla striscia più alta e l’ho appoggiata sul bordo inferiore. Ho cucito tante righe verticali quante erano le macchinine che potevano starci (sono precisissima, lo so, non fatemi arrossire), lasciando liberi i lati.
Mi sono poi occupata della parte esterna in tela cerata. Ho ritagliato una macchinina da una stoffa molto carina e l’ho semplicemente incollata utilizzando la Coccoina per tessuti. Sì, esiste, funziona e ha quel pazzesco odore.
Ho messo il lato con pista e garage e quello in cerata dritto contro dritto e ho cucito solo i lati.

Una volta risvoltato il lavoro ho fatto una piccola cucitura esattamente nel mezzo, in orizzontale, in modo che non scappasse via il cartoncino che avevo inserito sul lato strada per renderla più rigida e migliorare la resa delle macchinine. Un ingeniere aerospaziale mi fa un baffo a me.
Poi ho ripiegato leggermente all’interno i lati superiore e inferiore, inserendo due cordoncini come maniglie e due per chiudere con un fiocchetto. Una bella cucitura e via, di corsa alla festa….

See, vi piacerebbe, avete presente chi vi sta spiegando come fare cosa? Quanti tutorial ci sono in questo blog? Quante ricette perfettamente riuscite?
Dunque eravamo rimaste a me che chiudevo il garage felice e mi apprestavo a impacchettarlo. Le macchinine però erano di un’ idea diversa e sono subdolamente sgusciate fuori dai loro bellissimi alloggi. Cioè stiamo parlando di una stoffa Petit Pan, nessuno sano di mente vorrebbe mai uscirne!
Tempo per rifare tutto non ce n’era, e a dirla tutta neanche un progetto più valido. L’ingeniere aerospaziale che è in me si era esaurito con il rinforzo della pista.
Però molto può fare la disperazione, e così ho provato a cucire del velcro subito sopra l’uscita del garage.
Che dire, il lavoro aveva più cuciture di quante ne avessi previste (mettete il velcro quando ancora non avete cucito il fuori con il dentro e l’effetto finale sarà meno…paciugato, date retta a me), però funzionava! E la festa è stata molto piacevole, se volete saperlo.
Patapin

SCARPE NUOVE

Quando hai tre figli è tutto un cambio perenne degli armadi. Fai il sacco da dare via, quello da dare all’amica che ha una femmina, quello da dare a quella che ha tre maschi, quello da tenere perché ci sei tanto affezionata ma che al prossimo trasloco sicuramente sparirà e quello da passare al figlio successivo.
Nel nostro caso il primo è un maschi e le successive sono femmine. Ma femmine proprio, anche se una in realtà è un punkabbestia e l’altra uno scaricatore di porto. Ma loro sono convinte di essere principesse, e come tali di poter indossare solo cose rosa, possibilmente con i lustrini.
Patasgurzo quando aveva tre anni mi chiese delle scarpe rosa con farfalle e paillettes, ma io non gliele comprai, perché sapevo che all’asilo sarebbe stato un filino, ma giusto un filino, preso in giro. E da allora non me ne ha più chieste…purtroppo.
Ho quindi un sacco di tristissime scarpe marroni che Patasgnaffa si rifiuta di mettere.
Però ho scoperto che le scarpe si possono tingere. A casa. Facilmente. A poco prezzo. Inutile dire che è stata una svolta.
Il procedimento è facilissimo, a vera prova di imbranato.
Innanzitutto bisogna procurarsi la tintura, online è facilissimo. Arriva a casa un kit che contiene un pre trattante che bisogna passare sulla scarpa con una spugnetta abrasiva per i piatti. Puzza di pipì di gatto, ma si può sopravvivere, e serve per pulire la scarpa e rimuovere eventuali trattamenti che impedirebbero una buona presa della vernice.

Poi bisogna proteggere con dello scotch le parti che non si vogliono tingere, e questo lo convengo è la parte più noiosa.
Con un pennellino si dà la vernice sulle parti più ostiche da raggiungere e il resto lo si passa con una spugnetta facendo dei piccoli movimenti circolari. Spugnetta e pennellino sono già nel kit.
A me sono bastate un paio di mani, e avendo scelto una bella giornata di sole in un’ ora e mezza me la sono cavata.

Con una boccetta ho fatto le scarpe, che furono di Patasgurzo,  per Patasgnaffa.
Poi ho ne ho fatte un paio, che furono di Patasgnaffa, per Patagnoma, che voleva le scarpe rosa e che così ha avuto l’illusione di avere una cosa nuova, presa solo per lei  certo stamattina mi ha chiesto le scarpe rosse, ma si sa che non si accontentano mai questi mocciosi).

Le ho messe in una bella scatola, e le ho loro spacciate come un regalo speciale.
Io sono figlia unica, ma credo che alla lunga avere i resti dei fratelli maggiori possa anche essere  una scocciatura…per fortuna bastano pochi espedienti!

Non so quanto durerà la tintura, ma è venuta benissimo e le scarpe sono rimaste belle morbide. In più ne ho ancora un po’ per fare eventuali ritocchi.
Inutile dire che mi si è aperto un mondo, e che con i soldi risparmiati mi sono presa un paio di scarpe per me….

AI CONFINI DELLA REALTÀ: 10.1 BURDA

Io non sono mai riuscita a vedere un film dell’orrore vero e proprio.  E se considerate che ho ancora gli incubi per Twin Peaks, forse potete anche immaginare il perché.
Ma covo da sempre, anche se non si direbbe, un’anima gotica e sono cresciuta a pane e Poe, acqua e Walpole, salame e vampiri.

Il mistero è ciò che guida ancora le mie letture, prevalentemente gialle, e mi incolla a uno schermo.
Da ragazzina impazzivo per “ai confini della realtà”. Mi sono vista tutta la nuova serie, e poi anche la prima, quella ancora in bianco e nero, molto più inquietante.
La cosa che affascinava era che scenari apparentemente assurdi venissero inseriti in contesti incredibilmente banali e possibili.
Pur credendo a cose come le fate, ho sempre però pensato che queste storie fossero frutto di abili sceneggiatori.
Invece mi sbagliavo. Di brutto.

La prova provata la trovate su Burda di Marzo. Se andate a pagina 92 c’è una tipa che mi assomiglia così tanto che sono proprio io.
Io che ho due macchine da cucire rotte probabilmente perché le uso male, io che faccio cuciture deperibili, con date di scadenza ravvicinate, io che taglio storto, cucio sghembo e se mi parlate di precisione faccio addirittura fatica a capire il termine.
La regia di questo imperdibile episodio è di Gaia aka Vendetta Uncinetta (a proposito avete visto che bello il nuovo sito?), la cui vena dark è un filino più percepibile della mia.